20/10/2006, 00.00
COREA DEL SUD – COREA DEL NORD
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Dopo il test nucleare, la Caritas "continuerà il suo lavoro a favore della popolazione del Nord"

La decisione è stata presa al termine di due giorni di riunione nella sede della Caritas internazionale. Ad AsiaNews i partecipanti spiegano che carità vuol dire amore senza condizioni e che la missione della Chiesa "come ripetuto più volte dalla Santa Sede" consiste nello stare vicino a chi soffre. Regalate ai nordcoreani delle copie della Deus Caritas Est.

Roma (AsiaNews) – La Caritas "continuerà il suo lavoro a favore della popolazione nordcoreana" nonostante il test atomico dello scorso 9 ottobre e lo farà "anche se Pyongyang mette in atto la sua minaccia e ne effettua di nuovi. Non importa quali sanzioni saranno decise dalla comunità internazionale, noi continueremo". Questo perché "carità significa amore senza condizioni: la missione della Chiesa, come ripetuto più volte dalla Santa Sede, consiste nello stare vicino e confortare con ogni mezzo i più vulnerabili fra gli esseri umani".

E' questo il risultato dell'incontro che si è svolto il 18 ed il 19 ottobre scorso nella sede della Caritas internazionale a Roma, convocato per decidere cosa fare dei progetti di aiuto e sviluppo a favore della Corea del Nord gestiti dall'Organizzazione cattolica, all'indomani dell'annuncio dell'esperimento atomico.

AsiaNews ha intervistato due dei partecipanti: il p. Paul Jeremiah Hwang Yong-yeon, direttore della Caritas coreana, ed il p. Gerard Hammond, superiore dei missionari Maryknoll in Corea. Fra gli altri partecipanti, vi erano i rappresentanti di Caritas Germania e Hong Kong.

Il p. Hammond, che due volte all'anno si reca in Corea del Nord per controllare la situazione degli aiuti inviati dalla Caritas, spiega che "due giorni dopo il test nucleare, una delegazione della Caritas si è recata al complesso industriale di Gaesong, in Corea del Nord, nonostante gli inviti del governo sudcoreano tesi ad annullare la visita. Questo è avvenuto perché noi della Caritas seguiamo tutti lo stesso principio: continueremo il nostro lavoro umanitario a favore della parte più vulnerabile della popolazione coreana, indipendentemente dal tipo di sanzioni che potranno essere imposte a Pyongyang per costringere il regime a tornare al tavolo del disarmo".

Nel corso di questa visita, "abbiamo regalato due copie dell'enciclica di Benedetto XVI Deus Caritas Est ai nordcoreani: l'hanno letta, ed insieme abbiamo discusso dei suoi contenuti. Hanno detto che, grazie a quella, hanno capito la nostra missione". La delegazione ha potuto inoltre celebrare una messa nel territorio nordcoreano, "la prima da molto tempo".

Il p. Hammond, che traduce anche le parole del p. Hwang, sottolinea che "la decisione di continuare è stata presa perché la penisola coreana è abitata da un solo popolo, che ha le stesse radici, la stessa lingua ed è composta da membri della stessa famiglia. La Corea è l'ultimo Paese al mondo che subisce le divisioni create dalle tensioni internazionali degli anni '50 e '60".

"Il dolore della divisione fra Nord e Sud – continua - è ancora vivo. 'Noi siamo un solo popolo', dicono gli abitanti coreani, ma il problema è che vi sono altre potenti influenze, con interessi diversi, che li dividono: di questo, però, l'unica vittima è la popolazione. Forse le sofferenze dei coreani del sud sono diverse da quelle dei loro fratelli del nord, ma entrambi soffrono molto".

Commentando le dichiarazioni rilasciate in questi giorni dai politici di tutto il mondo, p. Hammond dice che "se la tensione diplomatica dovesse crescere fino alla chiusura dei confini da parte di Seoul, siamo certi di poter trovare altre strade per portare il nostro aiuto. In ogni caso, continuiamo a lavorare per usare la solita strada. Non penso sia attuabile, per il Sud, smettere di aiutare i loro fratelli".

La Caritas, spiega, "coordina quattro grandi gruppi che aiutano la popolazione del nord: la Caritas coreana, la Commissione episcopale Giustizia e Pace, quella per la Riunificazione ed i superiori di diversi ordini religiosi, maschili e femminili". Insieme, "gestiscono programmi alimentari, culturali, sanitari e di istruzione. E' fondamentale capire che noi abbiamo il controllo di tutto ciò che inviamo: controlliamo dove arrivano i nostri beni e dove vanno a finire. Sappiamo che il nostro sforzo va a favore di chi ha veramente bisogno. La Caritas va dove c'è veramente bisogno di lei".

Sul test nucleare di Pyongyang, il p. Hammond dice che "come singolo, penso che queste cose siano una sorta di richiesta di aiuto. Il punto in questione è che chi chiede aiuto veramente è il popolo che soffre". Il p. Hwang, parlando "come cittadino coreano" ricorda inoltre "i bombardamenti della Guerra coreana" e sottolinea che "un dolore del genere non si deve ripetere".

Il lavoro futuro "non è in pericolo" anche perché esso "si basa sul pieno appoggio dei cattolici di tutto il mondo". "Forse – dice p. Hwang - alcuni fra i nostri donatori potranno ritirare i loro finanziamenti come 'punizione' per la provocazione atomica, ma questo non conta molto perchè nella grande famiglia Caritas qualcuno è sempre pronto ad aiutare chi ha bisogno, per mostrare la compassione cristiana".

"Caritas – conclude - significa amore. In questo senso, un amore che non ha condizioni. Solo la popolazione coreana sa come uscire da questa situazione. In tutti questi anni, queste persone hanno vissuto con genitori e fratelli dall'altra parte del confine. Non si può pensare di condannare la propria famiglia alla morte".

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