26/10/2011, 00.00
EGITTO
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Dopo la primavera araba, l’Egitto va verso un rigido inverno?

di André Azzam
Manifestazioni quotidiane, incertezza economica, caos politico. Il massacro dei copti e la fine di Gheddafi. E poi l’aumento del potere dei fondamentalisti islamici, che si avviano verso il 50 % dei seggi del prossimo Parlamento. Sono tutti fattori di instabilità e di preoccupazione per un Paese sulla strada della democrazia. Al voto di novembre partecipano anche gli egiziani all'estero.
Il Cairo (AsiaNews) - I recenti avvenimenti in Tunisia e Libia stanno gettando nuova luce sulla situazione in Egitto. È vero che il punto di inizio della rivoluzione dei giovani egiziani è rappresentato dall’omicidio del giovane Khaled Said, avvenuto sei mesi prima dell’immolazione del tunisino Mohammad Bouzidi. Sin dall’inizio dell’estate del 2010, i giovani egiziani avevano deciso di dimostrare contro l’oppressione del regime il 25 gennaio, celebrazione del Giorno della Polizia imposto come festa nazionale dal gennaio 2010.

Gli eventi tunisini di dicembre e dei primi giorni di gennaio hanno di certo fornito una spinta al popolo egiziano, che ha sentito come concreta la possibilità di rovesciare il disprezzato regime. Ma subito dopo, in Egitto, è arrivata la disillusione con l’abolizione delle elezioni che dovevano servire per emendare la Costituzione, in un periodo in cui l’opinione pubblica era ansiosa di elaborare una Carta nuova di zecca.

Le elezioni in Tunisia dello scorso 23 ottobre per una Assemblea costituzionale hanno dato nuova speranza al popolo egiziano. La speranza era quella di vedere elezioni libere, oneste e democratiche; anche se parte dell’opinione pubblica ancora dubita che le antiche abitudini, radicate nelle menti dopo un’era di dittatura lunga più di mezza secolo, possano cambiare in maniera veloce. E in particolar modo perché tutti sanno che il vecchio regime e i suoi metodi sleali sono ancora vividi. Le persone per le strade ripetono un vecchio proverbio: “La coda di un cane non diventa mai dritta”. E si chiedono: “È la loro natura? O cercano di acquistarne una nuova?”.

Questo periodo di transizione è stato occupato per la maggior parte dalla preparazione delle elezioni parlamentari che si dovrebbero tenere in Egitto verso la fine di novembre. Ieri era l’ultimo giorno utile per i candidati che volevano proporsi per le elezioni. Il nuovo Parlamento, chiamato Consiglio del Popolo, e il Consiglio consultivo (equivalente a un Senato) dovranno costituire una formazione speciale con il compito di elaborare una nuova Costituzione. Si sono registrati 53 partiti politici diversi, ed è noto che i membri dell’ex Partito democratico nazionale – guidato dal precedente presidente, Hosni Mubarak – si sono divisi in dieci partiti diversi e si sono infiltrati negli altri. Loro hanno proposto 260 candidati. Si è molto discusso sul sistema elettorale, diviso in liste di partiti (che esprimeranno due terzi dei membri, ovvero 302 deputati) e candidati individuali per il terzo rimanente. I fondamentalisti noti come “salafiti” hanno presentato molti candidati individuali. La Commissione suprema incaricata delle elezioni ha annunciato i risultati: 862 liste e 8627 candidati individuali sono stati registrati. Per l’Assemblea del Poopolo 6591 singoli e 590 liste; per il Consiglio consultivo 2036 singoli e 272 liste.

La Corte amministrativa, legata al Consiglio di Stato ha espresso un giudizio per dare a tutti gli espatriati egiziani la possibilità di votare alle prossime elezioni. La Corte ha richiesto al governo di prendere le misure necessarie. Secondo fonti molto informate, il numero di egiziani espatriati è di circa 8 milioni sparsi soprattutto in Arabia saudita e Emirati, ma anche in Europa, Nord America e Australia. Entro la fine dei questo mese, delegati del governo per gli affari civili viaggeranno in Europa, Canada e Stati Uniti per far ottenere a tutti gli emigranti egiziani una nuova carta di identità, con cui un cittadino egiziano è automaticamente registrato anche per il voto. L’Egiutto riconosce la doppia cittadinanza.

È noto che i Fratelli musulmani e i salafiti raggiungeranno un buon risultato: gli specialisti ben informati assegnano loro fra il 40 e il 50 per cento del risultato totale. E molti commentatori registrano come lo Scaf (il Supremo consiglio delle Forze armate), -che al momento detiene il potere supremo dello Stato - stia arretrando. Queste stime sono preoccupanti perché i cristiani copti, che rappresentano più del 10 per cento della popolazione, fino ad oggi sono stati oggetto di attacchi confessionali. Gli eventi recenti del 9 ottobre, quando 27 dimostranti cristiani sono stati uccisi in maniera selvaggia da proiettili e carri armati, hanno prodotto una nuova icona: il giovane blogger Mina Daniel, che ha partecipato in maniera attiva alla rivoluzione di gennaio ed è stato ucciso da un carro armato proprio il 9 ottobre. Secondo i suoi desideri, i funerali si sono svolti a piazza Tahrir. Ora su Youtube si può vedere una foto della madre del blogger insieme alla madre di Khaled Said: un modo per dimostrare come cristiani e musulmani sono uniti nel loro destino comune in Egitto.

Va detto che, a parte i Fratelli musulmani e i salafiti, moltissimi musulmani stanno dimostrando insieme ai copti: anche loro temono il fondamentalismo, e sentono di poter divenire le prime vittime di un movimento che ritiene un traditore della fede ogni islamico che non sia affiliato con loro. I Fratelli musulmani e i salafiti forniscono con costanza degli annunci moderati, come è accaduto in Libia per opera del Consiglio di transizione, per calmare chi teme un’islamizzazione del Paese.

Tutti gli osservatori ritengono che il vento dell’islamizzazione stia soffiando dalla Tunisia attraverso la Libia, ed entro la fine di novembre di fermerà in maniera definitiva sull’Egitto. I movimenti liberali, che chiedono l’instaurazione di una società civile, mancano di una struttura forte che possa affrontare la marea religiosa.

Un punto di accordo fra tutti, in Egitto, sta nel disaccordo generale sulla macabra esibizione del corpo di Gheddafi. Le autorità musulmane e quelle cristiane hanno biasimato questo orribile spettacolo. Una parte dell’opinione pubblica egiziana deplora la morte del dittatore libico, sfuggito così alla giustizia, ma un’altra parte ritiene che la sua morte sia stata una cosa buona che ha messo un punto alla nera situazione della Libia. Queste persone ritengono tale fine migliore di un processo come quello in corso in Egitto, che potrebbe arrivare a un punto morto. In Egitto, un gruppo di avvocati ha chiesto di revocare il giudice incaricato del processo a Mubarak, ma la decisione è stata rimandata alla fine di dicembre.

Nel Paese le manifestazioni non si sono mai fermate: giudici, insegnanti, avvocati, lavoratori, funzionari statali. Da un paio di giorni anche la polizia dimostra con forza vicino all’area in cui si trova il ministero dell’Interno: qui sono stati appesi dei cartelli che recitano “Chiuso per purificazione”. Chiedono la rimozione dell’attuale ministro e di tutti gli ufficiali di alto grado che appartenevano al passato regime.

Da ieri è nato un nuovo gruppo che si chiama “L’Egitto prima di tutto”: chiedono al capo dello Scaf, il generale Hussayn Tantawy, di essere “il primo presidente del nuovo Stato egiziano per il periodo utile a istituire una vera democrazia”. Hanno attaccato dei poster con il generale in uniforme a piazza Tahrir e stanno raccogliendo un milione di firme per proporlo come candidato alla presidenza. Al momento, il generale è in viaggio per partecipare ai funerali dell’erede al trono saudita. È noto che le autorità militari hanno negato ogni ambizione di potere.

La situazione generale in Egitto è composta da manifestazioni, turismo stagnante, economia precaria e un sentimento generale di insicurezza. Tutto questo provoca una domanda principale: la primavera araba dell’Egitto sta diventando un inverno rigido?
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