01/08/2019, 11.51
EAU - GIORDANIA
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Dubai, la principessa contro l’emiro: la sfida di Haya per la libertà e i diritti

La sesta e più giovane moglie di Mohammed bin Rashid al-Maktoum in tribunale nel Regno Unito per la custodia dei figli e protezione personale. Fuggita dagli Emirati, oggi vive nella villa a Londra. Il marito vuole riportare i minori in patria. Al centro della controversia anche i rapporti fra Abu Dhabi e Amman. 

Dubai (AsiaNews/Agenzie) - Una lotta per i diritti e le libertà; una battaglia per la custodia e la cura dei figli, ma al tempo stesso una campagna per la tutela della dignità della donna in un contesto, quello arabo musulmano, in particolare degli sceicchi del Golfo, in cui la figura femminile è spesso relegata ai margini della vita familiare e pubblica. È quella lanciata dalla 45enne principessa Haya bint Hussein, moglie del 70enne emiro di Dubai Mohammed bin Rashid al Maktoum, che si combatterà nelle aule di un tribunale dell’Alta corte del Regno Unito. In gioco vi sono anche i rapporti fra Emirati e Giordania e fra le famiglie reali dei due Paesi.

La principessa Haya, figlia del defunto re Hussein di Giordania e sorellastra di re Abdallah II, si è rivolta a un tribunale di Londra per ottenere misure restrittive contro uno degli uomini più potenti del mondo, lo sceicco bin Rashid, con una fortuna personale stimata di 18 miliardi. La donna, di origini giordane, è la sesta e più giovane delle mogli dell’emiro di Dubai e sono sposati dal 2004. 

L’udienza preliminare si è tenuta nei giorni scorsi, mentre il processo presso l’Alta Corte dovrebbe iniziare il prossimo 11 novembre. La principessa Haya, blindata nella villa a Londra da 85 milioni di euro,  rivendica la custodia dei due figli e chiede di poter beneficiare di protezioni speciali, riservate ai casi di matrimoni combinati e alle vittime di violenze familiari. Di contro, l’emiro vuole ottenere con ogni mezzo il ritorno dei figli in patria. Una causa, avvertono egli esperti, che ruota attorno alla custodia dei due figli e non concerne altri elementi quali il divorzio o il mantenimento.

La fuga di Haya non è un evento nuovo per gli Emirati, dove negli ultimi anni sono già tre le principesse che hanno tentato di emigrare in cerca di maggiori libertà e diritti. Lo scorso anno era toccato a Latifa, una delle figlie dello sceicco, che aveva denunciato la mancanza di libertà prima di scappare, essere ripresa e riportata con la forza a casa; qualche anno prima a sua sorella Sama. Tuttavia, i precedenti tentativi erano finiti con la cattura e il ritorno forzato in patria delle giovani, la cui sorte appare oggi sconosciuta.

Nata e cresciuta in Giordania, Haya ha frequentato le migliori scuole del Regno Unito e si è laureata ad Oxford. La principessa appare come l’incarnazione della donna musulmana moderna e, già in passato, si era spesa per l’emancipazione femminile e la presa di coscienza del valore e della forza della donna nell’islam. Secondo diversi osservatori la battaglia legale intrapresa con il potente marito rischia di creare dissidi fra Emirati e Giordania, in particolare fra le due famiglie reali, mentre non dovrebbero essere in pericolo i rapporti economici e strategici fra Abu Dhabi e Amman. 

Anche perché la Giordania attraversa un grave periodo di crisi economica, acuita dall’emergenza profughi siriani. Sarebbero almeno 630mila secondo i dati ufficiali delle Nazioni Unite, ma il numero potrebbe toccare gli 1,4 milioni su una popolazione totale di circa 10 milioni. Resta però forte l’imbarazzo della leadership giordana, che dipende dagli aiuti degli Emirati per la sua economia e qualche problema potrebbe sorgere anche per Londra, fra i principali fornitori di armi del ricco Paese del Golfo impegnato nel conflitto in Yemen. 

Lo scorso anno gli Emirati hanno ospitato un summit mondiale sulla tolleranza e hanno accolto papa Francesco in visita ufficiale, prima assoluta di un pontefice in una nazione del Golfo. Tuttavia, associazioni e ong hanno accusato a più riprese i vertici del Paese di ipocrisia per i molteplici arresti di militanti e le condanne di attivisti pro diritti umani, fra cui Ahmad Mansoor e Nasser ben Ghaith. 

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