11/07/2009, 00.00
TURCHIA - CINA - ISLAM
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Erdogan: Nello Xinjiang “quasi un genocidio”. Ma il mondo islamico è tiepido

Il premier turco pensa di spingere il Consiglio di sicurezza Onu ad affrontare la crisi nello Xinjiang. Ma Pechino potrebbe bloccarlo. Il ministro turco degli esteri chiede di boicottare le merci cinesi. Manifestazioni di uiguri a Istanbul, Canberra, Olanda, Germania. Parole di rito dell’Organizzazione della conferenza islamica e dell’Iran.

Ankara (AsiaNews/Agenzie) - Nel mondo islamico si sente poca solidarietà verso i correligionari dello Xinjiang. Fra i governi si distingue però quello turco. Ieri il premier Recep Tayyip Erdoğan ha definito quanto succede in Cina “quasi un genocidio”. Il primo ministro turco ha fatto questa dichiarazione alla fine del G8 a L’Aquila, dove i capi delle nazioni non hanno accennato per nulla ai fatti dello Xinjiang, sebbene il presidente Hu Jintao abbia cancellato la sua presenza al summit proprio a  causa delle manifestazioni e degli scontri fra uiguri e polizia e fra han e uiguri fra loro negli ultimi giorni.

“Da una parte – ha detto Erdogan -  noi parliamo dei diritti umani, dall’altra stiamo solo a guardare questi incidenti”. Precisando che egli ha espresso le sue preoccupazioni ai capi di Stato e ministri del G8, il premier turco ha aggiunto: “Ho già usato la parola ‘atrocità’…Penso non vi sia parola migliore per descrivere quegli incidenti, che sono quasi un genocidio, dove centinaia di persone sono state uccise e più di mille sono rimasti feriti”.

Erdogan ha anche detto che la Turchia sta considerando di mettere nell’agenda del Consiglio di sicurezza dell’Onu il problema degli uiguri, ma è quasi sicuro che la Cina bloccherebbe il passo, essendo essa membro permanente del Consiglio e affermando che lo Xinjiang è un problema  interno.

Nel mondo islamico di registrano alcune manifestazioni a favore degli uiguri. Ieri a Istanbul circa 5 mila persone hanno manifestato davanti alla moschea Fatih, dopo la preghiera del venerdì gridando “No alla pulizia etnica” e bruciando prodotti cinesi. Due giorni fa Nihat Ergun, ministro turco del commercio ha detto ai suoi connazionali di boicottare le merci cinesi. La popolazione turca ha legami storici, linguistici e etnici con quella uiguri.

Le manifestazioni e proteste che sono avvenute nei giorni scorsi nel mondo sono tutte dovute a uiguri in esilio. A Canberra (Australia)  200 persone si sono radunate davanti al parlamento gridando “morte ai terroristi cinesi”. In Olanda, a L’Aia altri esiliati uiguri hanno lanciato pietre contro l’ambasciata cinese; a Berlino altri esuli hanno fatto un sit-in di fronte all’ambasciata.

Molti musulmani del popolo esprimono dolore per quanto succede nello Xinjiang, ma i governi sono piuttosto tiepidi.

L’Organizzazione della conferenza islamica ha condannato l’uso “sproporzionato” della forza e ha chiesto alla Cina un’inchiesta “onesta” sugli incidenti.

Il  ministro iraniano degli esteri, Manuchehr Muttaki, ha dichiarato che telefonerà al suo collega cinese per discutere con lui la situazione dello Xinjiang.

La Cina è il primo partner commerciale dei Paesi arabi, superando gli Stati Uniti. Tra il  2004 e il 2008 il commercio tra Cina e Paesi arabi è giunto a circa 100 miliardi di dollari.

Pechino si è anche assicurata da tempo l’amicizia di Arabia Saudita e Iran. Con essi la Cina ha rapporti economici sempre più vasti, grazie al suo crescente fabbisogno di petrolio. In cambio Pechino è divenuta il loro avvocato nella comunità internazionale, frenando all’Onu mozioni di embargo contro Teheran e chiudendo volentieri un occhio sulle critiche mondiali all’Arabia saudita a proposito dei diritti umani.

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