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» 08/03/2010 11:18
MYANMAR
Festa della donna: per 177 prigioniere politiche birmane è in cella fra violenze e abusi
L’associazione Assistance Association for Political Prisoners-Burma denuncia gli abusi contro le donne che si battono per la democrazia e i diritti umani. Di età fra i 21 e i 68 anni, esse sono vittime di stupri, aborti e vessazioni. Tra loro vi è anche Aung San Suu Kyi, Nobel per la pace che ha trascorso oltre 14 anni agli arresti.

Yangon (AsiaNews) – Tin Tin Htwe – conosciuta anche come Ma Pae – è solo l’ultima prigioniera politica birmana, in ordine di tempo, a morire in carcere per la sua lotta a favore di democrazia e diritti umani. La donna è deceduta il 23 dicembre scorso per la rottura di un aneurisma. E per chi non muore, la prospettiva è quella di subire abusi, torture, violenze o aborti: come successo a Kai Thi Aung, che ha perso il bambino nelle ultime settimane di gravidanza, priva di assistenza medica.
 
Oggi 8 marzo, Festa della donna, il gruppo dissidente Assistance Association for Political Prisoners (Aapp-Burma) pubblica un documento in cui denuncia le violazioni contro le donne, impegnate nella battaglia per i diritti politici e civili in Myanmar. Secondo gli attivisti sono 177 le prigioniere rinchiuse nelle carcere del Paese, con età che varia da 21 a 68 anni. Tre di loro soffrono di gravi problemi di salute, ma le autorità vietano cure mediche. Altre sono in cella per il solo fatto di essere figlie, sorelle, mogli di uomini che si battono per la democrazia.
 
Tate Naing, segretario di Aapp, sottolinea che “le donne sono una risorsa straordinaria per il futuro della Birmania”, vanno trattate “con rispetto e dignità” e “devono essere rilasciate immediatamente”. Esse hanno ricoperto un ruolo essenziale nel movimento democratico del Paese e “continueranno ad apportare il loro valido contributo”.
 
Il rapporto descrive le modalità con cui le donne vengono interrogate, insieme a torture, violenze psicologiche, stupri. Esso descrive anche la storia di Ma Ma Cherry – il nome è di fantasia – che ha trascorso 11 anni in carcere, durante i quali ha sofferto di problemi cardiaci gravi; nonostante ciò, le autorità non le hanno mai concesso la possibilità di abbandonare la prigione.
 
Ai problemi di cuore, Ma Ma Cherry aggiunge casi ricorrenti di dissenteria che definisce “una delle peggiori esperienze in carcere, per la mancanza di servizi igienici adeguati”. E poi nausee, una sospetta tubercolosi e due anni di depressione acuta per le condizioni in cui era costretta a “sopravvivere”. Le prigioniere politiche, che sulla carta dovrebbero godere di una sezione diversa dai detenuti comuni, vengono trattate alla stregua di delinquenti e, in alcuni casi, subiscono violenze sia dai secondini, che dalle compagne di cella.
 
In carcere vi sono donne di etnia birmana, karen, rohingya – la minoranza musulmana . Ad esse si impedisce di incontrare i figli, che vengono affidati alle cure della nonna o dei parenti in libertà, sotto la stretta sorveglianza dall’esercito governativo. Fra le donne in prigione vi sono anche attiviste che hanno cercato di soccorrere le popolazioni del delta dell’Irrawaddy, colpite nel maggio 2008 dal devastante ciclone Nargis che ha causato decine di migliaia di vittime.
 
Tra le 177, infine, vi è anche Aung San Suu  Kyi, unico caso di Nobel per la pace ancora oggi agli arresti per reati di pensiero. La “Signora”, figlia del padre fondatore della Birmania ed eroe della lotta per l’indipendenza, ha trascorso 14 degli ultimi 20 anni al confino. La leader dell’opposizione ha problemi di salute, ma continua la sua lotta silenziosa e pacifica per la pace e la democrazia in Myanmar.

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