07/05/2019, 15.48
INDONESIA
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Flores, il ‘turismo halal’ degli islamisti è una provocazione per governo e cattolici

di Mathias Hariyadi

La proposta dell’Agenzia del turismo di Labuan Bajo è oggetto di dure critiche. Il territorio cade nella diocesi di Ruteng, dove circa il 90% degli abitanti è di religione cattolica. L’inventore del “Wisata Halal” è Sandiaga Uno, uomo d’affari divenuto politico grazie al sostegno degli islamisti. Mons. San: “L’idea disonora il pluralismo della società indonesiana”.

Jakarta (AsiaNews) – Il governatore della provincia di East Nusa Tenggara (Ntt) e la Chiesa di Flores – “l’isola cattolica” del vasto arcipelago indonesiano – reagiscono con sdegno alla proposta di lanciare servizi di “turismo halal”, ovvero conforme alla legge islamica. A destare la dura reazione delle autorità civile ed ecclesiastiche è il progetto dell’Agenzia del turismo di Labuan Bajo, nella reggenza di Manggarai. Il territorio cade nella diocesi di Ruteng, dove circa il 90% degli abitanti è di religione cattolica.

Due differenti approcci alla religiose islamica contraddistinguono la vita religiosa del Paese musulmano più popoloso al mondo: da un lato l’islam della tradizione indonesiana, moderato e aperto alla coesistenza con le altre religioni. Dall’altro, il fondamentalismo di chi ostenta simboli ed insegnamenti islamici per esternare “la provata purezza” del proprio sentimento religioso in contrapposizione alle altre comunità e alla società moderna. Se del primo sono espressione movimenti come Nahdlatul Ulama (Nu) e Muhammadiyah, i principali paladini del secondo orientamento sono i gruppi radicali. Negli ultimi mesi, questi si sono fatti promotori di controverse ideologie identitarie, utilizzate per fini politici e come strumento di divisione, in un Paese che ha sempre fatto della diversità la sua ricchezza.

L’ideatore del “Wisata Halal” (turismo halal) è Sandiaga Salahuddin Uno, uomo d’affari divenuto vicegovernatore di Jakarta nell’ottobre 2017 grazie al sostegno degli islamisti. Dopo poco meno di un anno dopo, egli si è dimesso per correre come vice di Prabowo Subianto nelle ultime elezioni generali. Sandiaga ha reso pubblica la sua invenzione lo scorso febbraio durante un comizio a Bali, dove oltre l’80% della popolazione è di religione indù. Come a Flores e Bali, in alcune delle circa 17.500 isole d’Indonesia i musulmani sono minoranza. Per questo, secondo il politico ed i suoi sostenitori è necessario garantire luoghi e pietanze “pure” ai turisti di fede islamica che intendono visitarle.

La proposta ha subito incontrato la ferma condanna delle autorità balinesi e di quanti si oppongono alla distinzione, persino nel turismo, tra cittadini islamici e non. Ciò nonostante, l’idea ha incontrato il favore di Shana Fatina, direttrice dell’Agenzia del turismo di Labuan Bajo – importante snodo turistico per chi si reca all’Isola di Komodo. La funzionaria l’ha rilanciata lo scorso 30 aprile. Contro il “Wisata Halal” si è espresso Viktor Laiskodat, governatore di East Nusa Tenggara. “Non vi è alcun bisogno di questo genere di etichette e il turismo non ha nulla a che fare con la religione”, afferma oggi. “Non vi è posto per tutto ciò nella nostra provincia”. Le osservazioni del governatore seguono di un giorno un messaggio pubblicato da mons. Silvester Tung Kiem San (foto 2), vescovo di Denpasar e amministratore apostolico della diocesi di Ruteng.

Il presule illustra le ragioni dietro la sua condanna. “Tale iniziativa – scrive – ha innescato irrequietezza tra la popolazione locale. Essa è in grado di scatenare disordini che metterebbero a repentaglio il turismo a Labuan Bajo. Allo stesso tempo, [l’idea di un turismo halal] disonora il pluralismo della società indonesiana, posto a fondamento della nazione. L’attuazione di simili politiche esclusiviste può offuscare la nostra diversità in termini di cultura, etnia e religione”. Mons. San conclude il suo messaggio offrendo alcune raccomandazioni: il coinvolgimento del “genio e della popolazione locale” nell’industria turistica, attraverso programmi di tutela ambientale e di controllo sugli investitori forestieri; la promozione di un turismo che si basi su “bene comune, rispetto della dignità umana e giustizia sociale”; la risoluzione di ogni controversia con la saggezza del detto locale “lonto léok, réjé lélé, bantang cama” (buona discussione per trovare una soluzione comune che promuova giustizia sociale, eseguita nello spirito di uguaglianza, onestà e fratellanza).

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