15/06/2018, 12.33
PALESTINA
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Gerusalemme, il Ramadan è un’occasione di dialogo e ‘rapporto fraterno’

La comunità cristiana apre le porte ai fratelli musulmani, offrendo la cena dell’iftar. A Ramallah, i parroci accolgono gli “emarginati”. P. Shomali: “C’è un detto arabo, secondo cui ‘quando fra di noi c’è pane e sale, abbiamo lo stesso sangue’”.

Gerusalemme (AsiaNews) – In Palestina, il mese del Ramadan è un’occasione per “testimoniare un rapporto fraterno” fra cristiani e musulmani, nel segno della carità. Lo racconta p. Ibrahim Shomali, sacerdote palestinese e cancelliere del Patriarcato latino di Gerusalemme.

A Gerusalemme il mese sacro per l’islam si è concluso oggi con una celebrazione presso l’affollata moschea di al-Aqsa.  “Il Ramadan – commenta p. Shomali – è un mese importante per i musulmani, in cui pensano ai loro vicini, alla famiglia, ai cari persi durante la guerra o per cause naturali. In questo contesto anche i cristiani cercano di fare qualcosa per testimoniare un po’ di rapporto fraterno”.

Per questo, ogni anno le parrocchie e la Custodia di Terra Santa aprono le loro porte ai fratelli musulmani, offrendo la cena dell’iftar, che chiude il digiuno dopo il tramonto. La tradizione ha antiche radici che risalgono all’incontro fra san Francesco d’Assisi e il sultano al-Malik al-Kamil, nel 1219. L’iftar è anche occasione per stendere la mano agli emarginati. “Ad esempio, da circa 10 anni tutti i parroci di Ramallah invitano in modo gratuito i più poveri della città, gli spazzini delle strade, che non possono offrire l’iftar a nessuno”.

“È bello vivere questi momenti d’incontro – continua p. Shomali – C’è un detto arabo, secondo cui ‘quando fra di noi c’è pane e sale, abbiamo lo stesso sangue’. Così, anche se la nostra fede è diversa, siamo vicini nell’umanità e nel fisico perché abbiamo mangiato lo stesso cibo. Ciò è importante per il dialogo: quando ci sono le cene dell’iftar, si mangia insieme, poi c’è un momento di preghiera per loro, di cui noi siamo spettatori. Dopo, parliamo di come vivere insieme. Dobbiamo capire come vivono loro, cosa dobbiamo fare e testimoniare noi, per lavorare per il bene dell’uomo in questa terra”.

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