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    » 08/03/2011, 00.00

    BANGLADESH

    Giochi di potere tra autorità tribali e ufficiali dietro il suicidio di una cristiana stuprata

    Nozrul Islam

    La ragazza, di 14 anni, era stata stuprata un anno fa da nove uomini. La polizia ha arrestato il comitato locale cui si era rivolto il padre della ragazza per avere giustizia. La sentenza tribale prevedeva il pagamento di una somma alla famiglia. Il parroco in carcere per aver fatto da tramite, gli stupratori ancora a piede libero.
     Dakha (AsiaNews) – Serafina Mardi, cristiana della tribù Santals, aveva solo 14 anni quando si è tolta la vita. Lasciata sola in casa, si è cosparsa di cherosene e si è data fuoco; quattro giorni dopo, il 21 febbraio, è morta a causa delle ustioni. Un anno fa, il 4 aprile, era stata stuprata da nove uomini del suo villaggio. Il padre, su consiglio dei capi del villaggio, non ha sporto denuncia all’autorità penale del Bangladesh e ha ricorso a un “tribunale” locale cristiano. Dopo oltre un anno ne è nato un accordo “amichevole”, che prevedeva come punizione per gli stupratori il pagamento di una somma di circa 1.400-1.500 euro alla ragazza e un matrimonio riparatore.

    Ma la questione non si è risolta. Pare infatti che Serafina abbia deciso darsi fuoco – una pratica comune in Bangladesh – in seguito ad alcuni fatti occorsi dopo l’accordo. Il padre, ricevuti i soldi, li ha intestati a nome di una sorella della ragazza. Inoltre, uno dei colpevoli che avrebbe dovuto sposarla per riparare l’onta subita, si è rifiutato quando ha scoperto che nessuna legge lo obbligava al matrimonio. Il paradosso continua: dopo la morte di Serafina, il parroco del villaggio insieme agli uomini del comitato tribale che aveva pattuito la multa sono stati arrestati dalla polizia, mentre gli stupratori girano ancora liberi. Una storia come tante, in Bangladesh, come racconta una fonte di AsiaNews che chiede di restare anonima. Ma che alza un velo sui numerosi episodi di “giustizia fai-da-te”, legati ad autorità tribali, a cui le persone preferiscono rivolgersi anziché contattare la polizia e le autorità ufficiali.

    “Tra i santals del villaggio – spiega la fonte – ci sono due comitati, uno di cristiani-cattolici e uno di non cristiani, che si fanno concorrenza per avere il controllo del potere. Quando il comitato di non cristiani ha saputo dell’accordo, ha denunciato i membri dell’altro comitato alla polizia, dicendo che avevano agito in maniera illegale, spingendo la ragazza al suicidio perché non aveva ottenuto giustizia, né il riconoscimento della propria dignità. Dopo l’accusa, 11 persone sono state arrestate, tra cui il parroco del villaggio che aveva fatto da tramite nella consegna dei soldi alla famiglia”.

    Questi i fatti. Ma secondo la fonte, “il discorso è ben più complesso. Anzitutto, gli stupratori sono ancora liberi e nessuno pensa a loro. Su un piano strettamente giuridico, il padre e il comitato che ha stabilito l’accordo hanno sbagliato. Ma ci sono delle ragioni tutt’altro che trascurabili. Non parlo tanto del caso specifico, quanto di casi analoghi. Per secoli – spiega la fonte – l’autorità tradizionale ha retto la vita di questi popoli, dei Santals come di altri. Ha retto nel bene e nel male, perché talvolta i giudizi espressi sono vicini alla cultura moderna, altre no. Forse la scelta migliore – secondo la fonte – sarebbe quella di fare discernimento su quali casi possono essere lasciati a questi tribunali locali, piuttosto che abolirli del tutto”. Perché abolire quest’autorità “vuol dire sgretolare dall’interno la cultura di questi popoli”.

    “Un altro punto su cui tutti tacciono – continua la fonte – è che nella realtà nessuno si fida della polizia e dell’autorità penale [ufficiale] in Bangladesh. Tutti sanno che andare dalla polizia per un caso del genere significa versare cifre considerevoli. Il tribunale e i giudici danno ragione a chi di fatto ha più soldi”. Questo dunque è un altro motivo per cui i capi villaggio e i sacerdoti, spesso, consigliano alle vittime di qualche crimine di ricorrere alle autorità locali, per poter sperare in una seppur minima forma di giustizia.

    Questa mentalità “ha le sue pecche – tiene a precisare la fonte – ma non è buttando via l’intera tradizione di un popolo che si può trovare la soluzione. Eliminando di colpo tali istituzioni, si rischia di recare un grave danno all’equilibrio interno di questi popoli. Chi bisognerebbe davvero colpire, sono la polizia e la magistratura, meccanismi di un sistema corrotto”. 

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