24/08/2017, 12.46
PAKISTAN
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Giustizia e pace: Indrias Masih ‘lasciato morire’ dai carcerieri perché cristiano

di Shafique Khokhar

Il detenuto è morto per “la negligenza e l’insensibilità” della polizia e delle autorità nella prigione di Lahore. Era agli arresti per il presunto linciaggio di due sospetti terroristi. Poteva aver salva la vita abiurando, ma non ha rinnegato il cristianesimo.

Lahore (AsiaNews) – Le precarie condizioni igienico-sanitarie del carcere e la negligenza delle autorità carcerarie, che hanno mostrato “insensibilità” verso un detenuto povero e indifeso: sono le motivazioni che hanno portato al decesso di Indrias Masih (alias Ghulam), il cristiano di 38 anni morto il 13 agosto scorso nella casa circondariale di Lahore. Lo sostiene la Commissione nazionale Giustizia e pace, che interviene sulla vicenda e denuncia che l’uomo è stato lasciato morire perché cristiano. Per questo, affermano i vertici della Commissione, il suo deve essere “trattato come un caso di omicidio”.

La dichiarazione è stata rilasciata il 22 agosto. Sebbene dal punto di vista strettamente medico il decesso di Masih sia da attribuire ad una tubercolosi gastrointestinale, la Chiesa pakistana la pensa in maniera diversa.  “La morte di Indrias Masih – si legge nel testo – è il risultato della negligenza delle autorità carcerarie, delle precarie condizioni della prigione, del consumo di cibo e acqua contaminati”. L’uomo era detenuto dal 2015 con l’accusa di aver linciato due presunti terroristi dopo l’attacco kamikaze dei talebani alle chiese di Youhanabad (Lahore) nel marzo dello stesso anno, che ha provocato la morte di 19 persone e il ferimento di altre 70. Il cristiano era tra i 42 prigionieri cristiani che il procuratore Syed Anees Shah aveva tentato di corrompere, promettendo loro la scarcerazione se avessero rinnegato Cristo. Indrias avrebbe potuto aver salva la vita, ma aveva deciso di testimoniare fino alla morte la propria fede.

Masih era padre di tre figli e il più giovane di sei fratelli. Prima dell’arresto, il suo lavoro sosteneva l’intera famiglia. Per dare speranze di un futuro migliore ai figli, cinque anni fa si era trasferito da Bahawalpur a Lahore, dove guadagnava appena 7mila rupie al mese [56 euro, ndr]. I parenti riferiscono che prima dell’arresto egli ha sempre goduto di ottima salute e non aveva mai presentato sintomi di malattie.

Cecil Shane Chaudhry, direttore esecutivo della Ncjp, lamenta: “È sconvolgente che un uomo vittima di false accuse debba morire per la negligenza dei carcerieri. Ciò evidenzia le condizioni disumane cui sono sottoposti i detenuti dietro le sbarre. L’appartenenza ad una comunità di minoranza, non ha fatto altro che accrescere la sua miseria. L’atteggiamento [delle guardie] nei confronti di simili persone è ancora più fazioso e discriminatorio”.

Secondo p. Emmanuel Yousaf Mani, direttore nazionale della Commissione, “il tribunale dovrebbe mostrare misericordia verso questi poveri”. Il sacerdote riporta che spesso la lunga permanenza in prigione crea “fratture all’interno del matrimonio, con i figli che attendono con ansia il ritorno dei padri”. Egli riporta anche che durante l’ultima udienza del 2 giugno scorso, aveva fatto notare le condizioni di salute di Masih, già compromesse, ma i giudici non hanno ritenuto opportuno il ricovero in una struttura ospedaliera adeguata. Perciò chiede “al governo e al sistema giudiziario di adottare azioni dirette contro le autorità del carcere per i maltrattamenti e i comportamenti inumani verso i prigionieri”.

Da parte sua, mons. Joseph Arshad, presidente della Ncjp, prega “per l’anima del defunto. Possa Dio Onnipotente dare alla famiglia la speranza e la forza di sopportare questa terribile perdita”. Il vescovo di Faisalabad aggiunge che “spesso la polizia ha un atteggiamento avventato verso il malato e il bisognoso. Invece tutti gli esseri umani sono uguali e meritano di essere trattati con uguaglianza e dignità”.

La dichiarazione congiunta termina con richieste ben precise a governo e sistema giudiziario: “Le autorità carcerarie devono essere ritenute responsabili delle condizioni al di sotto degli standard in cui è morto il cristiano, della mancanza di strutture mediche e dell’insensibilità verso i prigionieri; il tribunale deve fare attenzione alle strutture mediche e alle condizioni igieniche nelle prigioni; date le condizioni in cui sono detenuti i carcerati, il tribunale dovrebbe provare compassione e consentire il rilascio su cauzione, così vite preziose potrebbero essere salvate; la corte deve assicurare una giustizia veloce alle vittime arrestate per il linciaggio di Youhanabad; la morte di Indrias Masih è stata il risultato della negligenza della polizia e delle autorità carcerarie, perciò la sua famiglia (moglie e figli) devono ottenere il giusto risarcimento.

(Ha collaborato Kamran Chaudhry)

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