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    » 05/01/2016, 00.00

    NEPAL

    Gli Stati del Golfo temono la “coscienza politica” degli emigrati nepalesi

    Christopher Sharma

    Oltre un milione di migranti economici nepalesi lavorano nelle monarchie del Golfo. Stime non ufficiali parlano di altri due milioni di lavoratori illegali. Tutti sono membri di partiti politici “gemelli” di quelli della madrepatria che organizzano feste, eventi culturali e sportivi. Organizzazioni in difesa dei diritti umani denunciano da anni lo sfruttamento degli impiegati nepalesi.

    Kathmandu (AsiaNews) – Milioni di lavoratori nepalesi emigrati negli Stati del Golfo rischiano il licenziamento se non si asterranno subito da qualsiasi attività politica. I loro datori di lavoro temono la partecipazione a organizzazioni partitiche legate alla madrepatria, i cui leader vengono invitati spesso in conferenze e incontri nelle monarchie del Golfo, a spese degli stessi migranti economici.

    Fonti del ministero degli Esteri nepalese informano che Qatar, Arabia Saudita, Oman, Baharain e altri Stati hanno sollevato la questione in modo ufficiale con le autorità di Kathmandu. Secondo i dati del governo del Nepal, nei Paesi del Golfo vivono e lavorano almeno un milione di lavoratori. Altre stime non ufficiali parlano invece di circa due milioni impiegati in manodopera illegale. Tutti loro fanno parte almeno di un partito politico nepalese o “gemello” di quelli esistenti nella madrepatria.

    Funzionari di governo riferiscono che i cittadini che lavorano all’estero raccolgono fondi e organizzano visite di leader politici negli Stati in cui risiedono, oltre a eventi culturali e sportivi. I Paesi di accoglienza non vedono di buon occhio tali attività, che spingerebbero i migranti a maturare una “coscienza politica”.

    Il ministero degli Esteri nepalese fa sapere di aver già avvisato i propri cittadini all’estero, che d’ora in poi dovranno astenersi da qualsiasi attività che potrebbe compromettere i rapporti commerciali con le monarchie del Golfo.

    Tara Prasad Pokhrel, portavoce del ministero, ha dichiarato: “I Paesi dell’area non hanno ancora fatto richieste specifiche, ma i lavoratori devono assumere con serietà responsabilità e obblighi nei luoghi di residenza”. “Questi Stati – ha aggiunto – sono molto importanti per noi e sono destinazioni privilegiate dei nostri cittadini. I lavoratori all’estero contribuiscono in maniera determinante al Pil nazionale. Essi devono cessare ogni iniziativa che possa urtare i datori di lavoro”.

    Yagya Bahadur Hamal, ambasciatore del Nepal in Kuwait, ha detto: “I Paesi [del Golfo] sono più rigidi in termini di politica e tradizioni religiose”. Il suo collega Harischandra Gimire, ex capo della divisione consolare in Qatar, conferma: “I lavoratori migranti devono evitare ogni attività connessa con la religione e la politica”.

    Da anni le organizzazioni in difesa dei diritti umani lamentano una scarsa protezione legislativa dei lavoratori nepalesi all’estero. Alcuni Stati del Golfo hanno anche impedito loro di far ritorno a casa per visitare i parenti o dare l’estremo saluto ai defunti, dopo il terremoto dell’aprile 2015. In Qatar inoltre è il vigore il cosiddetto sistema della “kafala”, che lega il dipendente al suo datore di lavoro, impedendogli di cambiare impiego fino allo scadere del contratto o senza il permesso del titolare.

    Associazioni umanitarie denunciano che spesso vengono confiscati i passaporti, non esistono pagamenti regolari e le assicurazioni sanitarie sono limitate. La Confederazione internazionale dei sindacati ha sottolineato quindi la “facilità di sfruttamento” in simili condizioni.

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