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  • » 27/07/2009, 00.00

    ISRAELE – IRAN – USA

    Gli Usa spingono per la pace in Medio oriente, ma con l’occhio all’Iran

    Joshua Lapide

    Washington si attende una risposta da Teheran entro settembre. Ehud Barak riafferma che l’opzione militare è aperta. Contro la volontà degli Usa, cresce la popolazione negli insediamenti ebraici. Siria pronta al dialogo, ma teme il nucleare israeliano. I palestinesi divisi.

    Gerusalemme (AsiaNews) – Gli Stati Uniti sono impegnati da ieri in un giro nelle capitali del Medio oriente per rinfrescare il processo di pace e tenere d’occhio il problema Iran. Ma mentre tutte le altre condizioni per la pace sembrano inaridirsi, l’unica opzione che resta riconfermata è quella militare contro l’Iran.

    L’inviato George Mitchell è già stato in Siria ed Egitto e andrà poi in Israele, Territori palestinesi, emirati arabi. Il segretario Usa alla Difesa, Robert Gates è in Israele e da qui si muoverà in Giordania; altri due inviati – James Jones, consigliere alla Difesa,  e Dennis Ross, inviato per i Paesi del Golfo – giungeranno presto in Israele.

    Proprio stamane Gates ha avuto un colloquio con il suo omologo israeliano, Ehud Barak. Al termine in una conferenza stampa essi hanno espresso soddisfazione per i forti legami fra Usa e Israele. La conversazione si è focalizzata subito sull’Iran. Gates ha detto che entro settembre – all’Assemblea generale Onu -  si attende una risposta da Teheran alla proposta di dialogo lanciata dal presidente Obama e ha sottolineato che la proposta non era “aperta per sempre”. Barak ha invece riaffermato che nei confronti dell’Iran “nessuna opzione” è stata scartata, nemmeno quella militare.

    Fino a pochi mesi fa vi era una grande distanza fra Stati Uniti e  Israele sull’opzione militare contro Teheran. Ma fonti militari di AsiaNews in Israele hanno espresso molte volte la loro certezza che Tel Aviv avrebbe prima o poi convinto gli Stati Uniti ad appoggiare un attacco a Teheran.

    Israele già da tempo parla di un attacco ai siti nucleari iraniani e in questi mesi continua a sottoporre la popolazione israeliana e i suoi militari a esercitazioni di guerra. Invece Obama, quasi all’inizio del suo mandato, ha aperto una possibilità per il dialogo con Teheran. Ora la pazienza dimostrata finora dagli Usa sembra ridursi e Washington sembra sempre più impotente di fronte alle posizioni di Tel Aviv, secondo cui la questione iraniana viene prima di qualunque dialogo di pace in Medio oriente.

    In effetti lo stallo su tutti gli altri aspetti per facilitare la pace in Medio oriente è evidente. Da mesi gli Usa esigono che Israele fermi gli insediamenti dei coloni ebraici nei Territori occupati e a Gerusalemme est, ma le autorità di Tel Aviv tacciono. Intanto, secondo dati pubblicati dall’esercito, nei primi sei mesi dell’anno la popolazione delle colonie israeliane è aumentata del 2,3%. Le autorità palestinesi hanno detto che essi non riprenderanno alcun colloquio di pace finché Israele non congelerà le sue colonie, che rendono sempre più improbabile la nascita di uno Stato palestinese.

    Mitchell si è recato ieri a Damasco, dove ha avuto colloqui con Bashar Assad, definiti “candidi e positivi”, che potrebbero far riprendere i colloqui di pace fra Damasco e Tel Aviv, tenutisi con la mediazione della Turchia e interrotti con la guerra di Gaza dello scorso gennaio. Anche qui il punto delicato non è la rivendicazione delle alture del Golan, conquistate da Israele nel ’67, ma la potenza nucleare posseduta da Israele. Walid al-Moualem, ministro siriano degli esteri, ha detto di essere favorevole al bando di ogni ordigno nucleare nel Medio oriente. “Così possiamo rivolgerci all’opinione pubblica iraniana e mostrare che nel parlare dei programmi nucleari non vi sono due pesi e due misure”.

    Anche nel mondo palestinese non si marcia molto. I colloqui al Cairo fra Mitchell e il presidente egiziano Mubarak hanno preso a cuore la possibile riconciliazione fra le fazioni di Fatah e di Hamas. Ma le due organizzazioni sono ancora molto divise sul modo in cui costituire un governo di unità nazionale, come attuare un sistema comune delle forze di sicurezza in preparazione alle prossime elezioni.

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