26/01/2017, 11.08
CINA
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Han Dongfang: Licenziamenti, arresti, prigione non fermano i lavoratori cinesi

di Han Dongfang

Le agitazioni operaie in Cina. Le richieste di Xi Jinping al sindacato ufficiale. “La repressione non funziona più come in passato”. L’analisi del direttore del China Labour Bulletin.

Hong Kong – (AsiaNews) Crescono in Cina le tensioni fra operai e datori di lavoro. A contribuire a questa situazione vi è la crisi economica mondiale e una più profonda conoscenza dei diritti degli operai. L’autore di questa analisi che presentiamo è Han Dongfang, il primo sindacalista libero del Paese. Figura di spicco delle proteste di Piazza Tiananmen nel 1989, passò 22 mesi in prigione prima di essere rilasciato per motivi di salute nel 1991. Trascorso un anno negli Stati Uniti per i trattamenti medici, Han Dongfang tornò in Cina nel 1993 per poi essere espulso e trovare rifugio ad Hong Kong, dove nel 1994 ha fondato il China Labour Bulletin, un’organizzazione non governativa che si batte per i diritti dei lavoratori cinesi. (Dal China Labour Bulletin traduzione a cura di AsiaNews).

Le multinazionali con interessi in Cina si trovano ad affrontare una sfida: agitazioni operaie.

Mentre gli accademici dibattono se ci sia o meno unn movimento dei lavoratori in Cina, responsabili delle risorse umane e amministratori delegati si trovano ad affrontare sul campo la realtà di una forza lavoro arrabbiata, consapevole dei propri diritti e cosciente dei suoi interessi.

Prendete Wal-Mart, per esempio. Dal 2014, i “collaboratori” di Wal-Mart – operai, per noi - hanno costituito piattaforme sui social media attraverso le quali i lavoratori condividono informazioni a sostegno della resistenza all’introduzione da parte dell’azienda di orari flessibili di lavoro. Il “sistema flessibile degli orari di lavoro” non si limita a ridurre il pagamento degli straordinari. Esso rende difficile per i lavoratori pianificare la vita familiare o trovare un secondo lavoro spesso necessario a coprire i costi base della vita. Ai primi di luglio di quest'anno è stato indetto lo sciopero in quattro grandi magazzini. Blog redatti dai lavoratori e letti da decine di migliaia tra i dipendenti di Wal-Mart raccontano di manager che utilizzano nuovi registri di lavoro per prender di mira gli attivisti, in particolar modo coloro i quali si rifiutano di sottoscrivere il nuovo sistema. L’arroganza e a volte la prepotenza mostrate dai dirigenti contraddicono valori di servizio di Wal-Mart come 'agire con integrità' e 'rispetto per l'individuo'.

Nella provincia meridionale del Guangdong, gli operai cinesi sono furiosi per l’impatto negativo che la svendita degli impianti di produzione potrebbero avere sulle loro pensioni e sulla loro anzianità. A novembre, gli impiegati della fabbrica per l’imbottigliamento dell’acqua Danone, venuti a conoscenza della vendita dell’impianto solo a fatto compiuto, hanno organizzato uno sciopero di una settimana. Chiedevano che fossero posti in essere dei veri accordi di fine rapporto per chiunque fosse stato intenzionato a lasciare per via delle incertezze riguardanti le pensioni e gli arretrati dell’assicurazione sociale. Nello stesso mese la Sony si è imbattuta in problemi simili a seguito della vendita dello stabilimento per telecamere nel Guangzhou, accolta come uno shock da più di 4 mila operai.

E’ naturale che le aziende multinazionali acquistino e vendano fabbriche in continuazione. E’ così che funziona il capitalismo. Tuttavia, in Cina i contratti vengono firmati senza che i loro dipendenti sappiano nulla per mesi. Come suggeriscono questi scioperi del tutto organizzati, coordinati e collegati coi social-media, stiamo entrando in una nuova era in cui i lavoratori chiedono un posto al tavolo dei negoziati. Allo stato attuale non esiste un canale efficace attraverso il quale i lavoratori possano negoziare la loro parte della torta con i datori di lavoro. In assenza di ciò, i governi locali dispiegano la polizia antisommossa e ordinano arresti, reprimendo gli scioperi ma non riuscendo ad affrontare la causa. Si tratta di una risposta violenta e costosa e non funziona: gli scioperi continuano ad essere un elemento costante dei rapporti di lavoro in Cina. Si tratta di una risposta violenta, costosa e non efficace: gli scioperi continuano ad essere un elemento costante dei rapporti di lavoro in Cina.

Come abbiamo sostenuto noi del China Labour Bulletin, vi è una valida alternativa agli scioperi e alle proteste per i lavoratori, i datori di lavoro e lo Stato: la contrattazione collettiva. Perché?

Anzitutto, la repressione non funziona più come in passato. Di sicuro è stata efficace nei primi giorni del capitalismo senza regole quando la Cina ha aperto le sue zone costiere agli investimenti stranieri negli anni Ottanta. Ha funzionato anche durante la privatizzazione di un gran numero di imprese statali alla fine degli anni Novanta, quando fino a 35 milioni di lavoratori hanno perso il lavoro. Ma non funzionerà oggi. I lavoratori conoscono i loro diritti e sanno ciò che è loro dovuto.

In secondo luogo, milioni di lavoratori cinesi sono ora in grado di diffondere le informazioni attraverso i social media bypassando i firewall dello Stato ed i canali dei media ufficiali. Il genio dell’informazione è uscito dalla lampada consentendo ai lavoratori l'accesso a conoscenze finora negate. E come dice il vecchio cliché: la conoscenza è potere. L’informazione riduce l'isolamento e la paura che viene con esso. I lavoratori possono vedere che non sono soli e ci sono altri che affrontano lotte simili sia che si tratti di orari di lavoro più flessibili, vendite segrete o salari arretrati. L’informazione conferisce anche maggiore potere contrattuale. I lavoratori dello sciopero alla Danone avevano accesso ai dati su una controversia precedente riguardante una vendita effettuata da Pepsi-Cola, in cui le richieste dei lavoratori sono state in gran parte rispettate.

In terzo luogo, e il più importante per quanto riguarda la contrattazione collettiva, è la questione della rappresentanza dei lavoratori. In Cina vi è un solo sindacato legale, la All-China Federation of Trade Unions (ACFTU), guidato dal Partito comunista cinese e controllato dai datori di lavoro nella maggior parte dei luoghi d’impiego. Anche se ci sono rare occasioni in cui esso ha agito in favore dei lavoratori, questo è quasi sempre messo sotto pressione da scioperi e proteste.

Infatti, i lavoratori cinesi sono come tutti i lavoratori. Hanno bisogno di avere l'opportunità di eleggere rappresentanti e presentare le loro rimostranze alla dirigenza attraverso un processo di negoziazione legalmente definito, altrimenti noto come la contrattazione collettiva. L'incapacità del ACFTU di svolgere questo compito sindacale di base significa che i lavoratori non hanno altra scelta se non indire uno sciopero, il che ci riporta alla repressione.

La pressione sulla ACFTU non proviene solo dai lavoratori. Nel 2015, il leader cinese Xi Jinping ha ordinato alla ACFTU di elaborare un piano per migliorare la rappresentanza sindacale sul posto di lavoro. Con questa mossa anti-corruzione,  Xi si è guadagnato un considerevole sostegno tra i lavoratori cinesi. Ma egli non può certo permettersi di sacrificarlo, in particolare nella fase di preparazione al 19mo Congresso del Partito di quest'anno, in cui la legittimità della sua leadership e del governo del partito saranno soggetti all’esame nazionale e internazionale. In questo senso, le sue disposizioni al sindacato di stare al gioco e grarantire che le richieste dei lavoratori vengano corrisposte, sono mirate a legittimare la sua leadership.

Le agitazioni in Cina non cesseranno. A partire dal 21 novembre, i lavoratori della Coca-Cola che sono in sciopero in tre città migliaia di chilometri di distanza tra loro - Chengdu, Chongqing e Jilin – hanno richiesto un efficace coinvolgimento dei sindacati nei colloqui con il management sulla vendita degli stabilimenti. Le loro richieste sono state coordinate in modo chiaro e la controversia si è intensificata dopo le notizie della violenze da parte della polizia a Chongqing.

Di fronte a questa pressione dal basso, è mia ferma convinzione che la questione non sia più se il Partito introdurrà una qualche forma di contrattazione collettiva, ma quando. Lo farà al fine di garantire la propria sopravvivenza e il mio consiglio ai datori di lavoro sia nazionali che internazionali è quello di tenersi pronti.

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