30/10/2008, 00.00
CINA- TIBET
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I colloqui Cina- Tibet e lo scetticismo del Dalai Lama

Ripartono gli incontri a Pechino coi rappresentanti del leader tibetano in esilio. Ma egli ha dichiarato di non avere fiducia nel governo cinese. Il Ministro britannico degli esteri spinge la Cina a iniziare dialoghi fruttuosi e ricorda i detenuti delle rivolte e il non libero accesso in Tibet per diplomatici e giornalisti. Un incontro per raccordare le posizioni tibetane in novembre.

Pechino (AsiaNews) – Da oggi ripartono i dialoghi fra la leadership cinese e gli inviati del Dalai Lama, ma le speranze di giungere a qualche risultato sono minime, anche dopo le recenti dichiarazioni del leader tibetano in esilio, che si è detto “sfiduciato” sulle intenzioni del governo cinese.

Gli inviati tibetani Kasur Lodi Gyaltsen Gyari e Kelsang Gyaltsen, insieme a tre assistenti sono partiti stamane da Dharamshala alla volta di Pechino, dove resteranno per una settimana. Questo è l’ottava sessione di un incontro fra rappresentati del Tibet e della Cina, la prima dopo le Olimpiadi di Pechino. Proprio per non minare la buona riuscita delle Olimpiadi, Pechino – pressato dalla comunità internazionale – ha accettato, prima dei Giochi, di riaprire i dialoghi con gli inviati del Dalai Lama, in stallo da anni. Da tempo il Dalai Lama chiede per il Tibet un’autonomia culturale e religiosa, rifiutando l’indipendenza politica. Ma Pechino continua ad accusare il leader buddista di voler spezzare l’integrità del Paese. Quando lo scorso marzo vi sono state manifestazioni in Tibet contro il giogo cinese, Pechino ha accusato il Dalai Lama di averle provocate e ha represso nel sangue e con migliaia di arresti le sommosse.

In un commento rilasciato il 28 ottobre scorso, il Dalai Lama ricorda che lo scorso marzo il popolo tibetano “ha espresso con coraggio verso il governo cinese tutta la scontentezza e il risentimento che crescono da tempo”. Invece di affrontare la crisi e trovare soluzioni, il governo di Pechino “ha accusato me – continua il Dalai Lama – di fomentare le rivolte” e “continua a gridare frasi offensive contro di me”. “Io ho fede e fiducia nel popolo cinese – dice il leader tibetano in esilio – ma la mia fede e fiducia nel governo cinese si sta spegnendo”.

Per il Dalai Lama, la risposta a questa sfiducia avviene attraverso il “non rimanere in silenzio” da parte del mondo libero e la salvaguardia dell’identità tibetana, causando “cambiamenti positivi all’interno del Tibet”.

Prima delle Olimpiadi, molti governi hanno apprezzato le aperture di Pechino sui dialoghi, ma – secondo attivisti tibetani - non fanno ancora abbastanza pressioni per chiedere dei risultati e per domandare la liberazione dei prigionieri tibetani.

Quasi a risposta di tale preoccupazione, ieri il ministro britannico degli esteri, David Milibrand, ha pubblicato una dichiarazione scritta, in cui egli difende la posizione del Dalai Lama, dicendo che la posizione del leader tibetano (sulla non indipendenza del Tibet) risponde pienamente alle richieste previe di Pechino e quindi non vi sono più scuse da accampare per iniziare fruttuosi dialoghi. Milibrand ricorda anche la situazione dei detenuti e denuncia la mancanza di libero accesso alla regione tibetana per diplomatici e giornalisti.

Intanto però il Dalai Lama deve affrontare anche problemi interni. Sempre più si manifestano divisioni fra il governo tibetano in esilio, i profughi tibetani, la popolazione tibetana in Tibet e i giovani. I primi sono molto fiduciosi dei dialoghi con Pechino; gli altri sono scettici; i giovani vorrebbero scelte più radicali e anche violente. Finora il Dalai Lama è stata la figura intermedia e riconciliatrice di tutte le posizioni. Nei giorni scorsi egli ha detto che forse questa sua posizione “intermedia” va rivista e ha domandato alla leadership del governo tibetano in esilio di organizzare un incontro con tutti i tibetani a Dharamshala per trovare una strategia comune. L’incontro si dovrebbe tenere fra il 17 e il 22 novembre prossimi.

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