13/02/2012, 00.00
CINA
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I liberali, ultima speranza per la Cina

di Willy Wo-lap Lam

Il governo comunista non sembra intenzionato a fare quei cambiamenti profondi che potrebbero salvare il Paese da nuove sommosse popolari, ma ai suo margini esiste una fazione (non troppo piccola) che potrebbe cambiare le cose. Con il sostegno dei 450 milioni di cyberutenti del Paese. L’analisi del grande studioso.

Pechino (AsiaNews) – La Cina sembra essere entrata in un inverno profondo, in cui sono coinvolti sia la riforma politica che i diritti umani. Mentre la leadership del Partito comunista cinese sembra aver eliminato ogni ostacolo sulla strada dell’imbavagliamento dei dissidenti, gli intellettuali sia interni che esterni al Partito stanno spingendo verso un ideale di liberalizzazione.

In un articolo recente – apparso su "Qiu Shi" (Seeking Truth, Cercare la verità,  il giornale di teoretica del Partito – il Segretario generale Hu Jintao ha reiterato l’imperativo di “continuare senza scossoni sulla strada del socialismo con le caratteristiche cinesi”: nei fatti, un allontanamento dal sentiero deviante delle norme politiche in stile occidentale.

“Le forze nemiche nell’arena internazionale stanno preparando e portando avanti delle cospirazioni per ‘occidentalizzarci’ e dividerci – ha scritto il presidente – e per questo il Partito deve ‘suonare sempre la campana d’allarme contro le infiltrazioni dall’Ovest” [v. Qiushi, 1 gennaio]. Negli ultimi due mesi, tre dissidenti noti per i loro articoli apparsi su internet sulla liberalizzazione politica non violenta – Chen Wei, Chen Xi e Li Tie – sono stati condannati a nove o dieci anni di galera per “aver incitato alla sovversione contro il potere statale” [v. New York Times, 20 gennaio; Ming Pao, 20 gennaio].

Lo scorso mese Yu Jie, scrittore noto in tutto il mondo e riformista moderato conosciuto per il suo lavoro a sostegno dei valori universali e dei diritti democratici e civili, è stato costretto a lasciare la nazione dopo essere stato torturato in galera. In un articolo pubblicato dopo il suo arrivo negli Stati Uniti, Yu ha citato uno dei suoi carcerieri che avrebbe detto: “Per quanto possiamo dire noi [il dipartimento di sicurezza statale], non ci sono più di 200 intellettuali che nel Paese si oppongono al Partito comunista e abbiano una qualche influenza”. “Se le autorità centrali pensano che il loro dominio stia affrontando una crisi – ha avvertito la guardia – possono prenderli tutti in una notte e bruciarli vivi” [Human Rights in China, 18 gennaio; Los Angeles Times, 18 gennaio]. Ma è vero che sono solo poche centinaia, i membri dei circoli accademici e intellettuali che sfidano il Pcc con le loro idee, che  al presidente Hu appaiono pericolose e sovversive?

È un fatto accertato che dopo la repressione di piazza Tiananmen – e l’allontanamento dalla scena di icone come gli ex Segretari generali Hu Yaobang (1915 – 1989) e Zhao Ziyang (1919 – 2005) – l’influenza degli intellettuali riformisti è come svanita. Eppure è significativo che rimangano dei liberali sia dentro che fuori al Partito, e che siano riusciti negli ultimi mesi a organizzare una campagna vigorosa per mantenere viva la fiamma delle rigore. Una manciata di organizzazioni in qualche modo tollerate dalle autorità – come lo Hu Yaobang Historical Data Web e i due giornali semi-ufficiali China Economic Structure Reform Monthly e l’Economic Observer – hanno organizzato diversi “saloni” per discutere nuove direzioni per la riforma politica.

Fra le figure note che hanno operato come patroni di queste sessioni di lavoro ci sono Hu Deping, figlio maggiore di Hu Yaobang, e Jiang Ping, noto giurista ed ex rettore dell’Università cinese di politica e legge. Hu Deping, ex vice-direttore del Dipartimento del Fronte unito del Pcc, è membro della Commissione permanente della Conferenza politica consultiva del popolo cinese. Forse a causa dello status di queste figure pubbliche, queste conferenze sono sembrate libere dall’interferenza della polizia o degli ufficiali di sicurezza statale [Ming Pao, 19 gennaio; Radio Free Asia, 19 gennaio].

Prendiamo ad esempio l’incontro organizzato proprio poco prima dell’Anno lunare, convocato per ricordare il 20esimo anniversario del nanxun, il viaggio nella Cina meridionale fatto da Deng Xiaoping. Agli inizi del 1992 il defunto patriarca fece del suo meglio per ravvivare le liberalizzazioni economiche e ideologiche, pronunciando la famosa frase: “Senza riforme, l’unica strada è la perdizione”. All’evento, organizzato a Pechino, hanno preso parte più di 200 intellettuali anziani o di mezza età: fra questi, molti membri del Partito. Nel discorso d’apertura, Hu Deping ha chiesto agli intellettuali della nazione di “sviluppare ancora di più lo spirito del nanxun”. Riferendosi alle politiche dialogiche delle autorità del Guangdong nei confronti della protesta dei contadini del villaggio di Wukan, Hu ha detto: “Soltanto quando i diritti dei contadini vengono garantiti si potrà sostenere anche la stabilità politica delle campagne” [Chinatimes.com, 20 gennaio; Caixin.com, 29 gennaio; China Brief, 6 gennaio].

Gli altri partecipanti si sono accodati, chiedendo l’introduzione su larga scala in Cina degli ideali politici internazionali. Ad esempio l’economista Han Zhiguo, che ha poco più di 50 anni, ha proposto un sistema multi-partitico a suffragio universali, la libertà dei media e persino la “nazionalizzazione” delle forze militari: “Senza il sistema elettorale ‘una testa, un voto’, la popolazione cinese non può avere il senso della dignità. Il governo degli Stati Uniti non ha paura di nessuno, se non del suo stesso popolo. Le autorità cinesi hanno paura di tutti, tranne che dei loro cittadini”. Zi Zongjun, accademica di lunga data ed esperta di politica estera, ha aggiunto: “Taiwan ha battuto la Cina” nel campo delle politiche democratiche. “La Cina continentale deve ancora compiere questa transizione. Anzi, si vedono persino dei segnali di retrocessione” [Ming Pao, 19 gennaio; Voice of America, 19 gennaio].

In un altro incontro molto notato, che si è svolto lo scorso autunno, questi coraggiosi intellettuali si sono scagliati contro i tentativi dei dirigenti di sinistra – come il Segretario del Partito di Chongqing, Bo Xilai – di far rivivere il maoismo. Il seminario è stato tenuto per ricordare il 20esimo anniversario del passaggio della “Risoluzione su alcune questioni nella storia del nostro Partito” (da allora nota come “La risoluzione”): un testo che chiarì la posizione di Deng sulla Rivoluzione culturale e sul ruolo del Presidente Mao nella politica cinese.

Hu Deping ha fatto un velato attacco agli sforzi ultra-conservatori per reinstaurare i precetti di Mao: “Alcune persone fanno delle cose per commemorare la Rivoluzione culturale e questo è un passo indietro. Noi non ci siamo criticati abbastanza, nella ‘Risoluzione’ di 30 anni fa. Ma la linea finale del testo, il rifiuto della Rivoluzione culturale, non può essere infranta. Eppure recentemente si vedono persone che ne vorrebbero un’altra”. Jiang Ping, anche lui intervenuto a questa conferenza, ha affrontato i tentativi della leadership di Hu Jintao di usare la “stabilità” come scusa per imporre un dominio autoritario.

Il famoso giurista ha chiarito due falle nelle politiche cinesi: l’idea che “la stabilità supera per importanza ogni altra cosa” e la dichiarazione secondo la quale “la Cina è un caso speciale”. Per Jiang “sulla base di questi concetti, rimane la domanda su chi debba determinare cosa costituisce la stabilità. Questo concetto, che prevede una stabilità forzata, è contrario al principio dello stato di diritto. Sottolineare troppo l’unicità della Cina significa ignorare i credi e i valori comuni a tutta l’umanità. Le idee universali sul governo costituzionale, il sistema legale e i diritti umani sono molto importanti” [Ming Pao, 28 agosto 2011; Liane Zaobao, 28 agosto 2011].

Il fatto che le attività e i discorsi di intellettuali come Hu Deping e Han Zhiguo non vengano riportati dai media ufficiali non vuol dire che la loro voce rimanga silente. Grazie alla crescita esponenziale di internet, i curiosi fra i 450 milioni di utenti della Rete in Cina hanno accesso alle trascrizioni di questi saloni di avanguardia. Mentre i vari dipartimenti di sicurezza impongono pesanti sentenze su dissidenti come Chen Wei e Chen Xi, per avvertire gli altri dissidenti di non diffondere idee “destabilizzanti” o “anti-socialiste” su internet, l’autostrada dell’informazione viene riempita da materiali politicamente scorretti.

Ad esempio, durante il seminario dello scorso mese per commemorare il nanxun di Deng, centinaia di utenti internet hanno mandato messaggi di testo agli organizzatori per commemorare il settimo anniversario della morte del Segretario generale Zhao: “Dovremmo tenere alta la torcia delle riforme alzata per la prima volta da Zhao”, ha scritto uno [v. Ming Pao, 20 gennaio; Apple Daily, 20 gennaio].

Il fatto poi che le notizie sulle recenti elezioni presidenziali a Taiwan siano circolate per tutta la Cina dimostra che i circa 50mila funzionari di sicurezza della Rete possono soltanto rallentare le idee liberali che circolano sulle piattaforme telematiche, come la versione cinese di Facebook e Twitter. Le elezioni di Taiwan, inclusi video sulle corrette ed efficienti procedure di conteggio dei voti, hanno avuto un’enorme copertura sui siti semi-ufficiali. Un portale molto popolare ha persino condotto un sondaggio fra gli utenti sui candidati. Anche se il vincitore – il presidente nazionalista in carica Ma Ying-jeou – si è assicurato la maggioranza dell’urna virtuale, il suo sfidante – la candidata del Partito democratico progressista pro-indipendenza, Tsai Ing-wen – ha raggiunto un sorprendente 20 %. Inoltre il video con cui Tsai ha ammesso la sconfitta – in cui cita “l’importanza di un corretto partito d’opposizione – ha avuto una grande distribuzione quanto meno fra gli utenti con la miglior istruzione nelle città [v. Sina.com, 14 gennaio; The Economist, 21 gennaio; Apple Dailu, 16 gennaio].

La grande domanda è se le richieste per una strada più veloce di democratizzazione avanzata sia da noti intellettuali che da anonimi utenti di internet abbiano un impatto significativo sulle politiche del Pcc, in particolare in un momento in cui il Partito sembra avviarsi verso gli ultra-conservatori. È da sottolineare il fatto che due membri del Politburo, il premier Wen Jiabao e il Segretario del Guangdong Wang Yang, sembrano aver risposto alla richiesta pubblica di riforme. Molto è stato scritto sul fatto che Wen sia stato l’unico membro della Commissione permanente del Politburo che abbia parlato in maniera ripetuta dell’importanza delle riforme politiche [v. China Brief “Premier Wen’s ‘Southern Tour’: Ideological Rifts in the CCP?”, 10 settembre 2010].

Durante il suo giro in Medio Oriente, compiuto lo scorso mese, il premier ha discusso con i suoi ospiti dei movimenti democratici che si sono diffusi in Nord Africa e Medio Oriente. Wen ha dichiarato che “ogni governo ha la responsabilità di operare per il bene della propria popolazione”. Tornato in Cina, il premier ha rilanciato: “Non ci servono soltanto riforme nel campo delle strutture economiche; abbiamo bisogno di una riforma commisurata della struttura politica” [v. China News Service, 11 gennaio; Ming Pao, 12 gennaio].

Anche il capo del Partito del Guangdong Wang Yang, che ha ottenuto le lodi dei media nazionali per la sua gestione conciliatoria delle dimostrazioni di Wukan, si è impegnato a espandere le iniziative riformiste iniziate proprio nella sua provincia dal defunto Deng: “La riforma è la radice e l’anima del Guangdong”, dice spesso Wang. Usando un linguaggio che sembra rimandare alle istruzioni di Deng, qualche tempo fa Wang ha detto che “la cosa peggiore che possa accadere a una riforma è la stagnazione. Invece di perdere tempo in dibattiti, perché non diamo una possibilità alle cose nuove?”.

Anche se è vero che Wang ha parlato più spesso di riforme economiche piuttosto che politiche, da poco tempo ha approvato un regolamento che rende più facile per le Organizzazioni non governative cinesi registrarsi nel Guangdong. Inoltre, i giornali e i siti provinciali sono divenuti i più provocatori e coraggiosi di tutto il Paese [v. New York Times, 31 dicembre 2011; Southern Metropolitan News, 23 novembre 2011; People’s Daily, 23 novembre 2011].

Per l’ex vice-direttore del People’s Daily, Zhou Ruijin, la riforma in Cina “ha incontrato strati su strati di contraddizioni e ostacoli”. In un articolo sul nanxun di Deng, molto diffuso su internet, Zhou ha scritto: “La riforma in Cina ha raggiunto ancora una volta il momento più importante. Soltanto la riforma può sollevare le nostre ansie”. Zhou ha poi aggiunto che tali riforme devono essere ora incentrate “sulla politica, dato che senza di questa le riforme sociali ed economiche non possono andare più in profondità” [v. Caijing, 15 gennaio; BBC News, 24 gennaio]. Anche se la Cina ha ottenuto lo status di “quasi superpotenza”, la leadership del Partito sembra essere disturbata dalla possibilità di contraddizioni sociali profonde – così come dalla “pacifica evoluzione” che viene da Occidente – che oscurino il cielo. Il rumore fatto dai liberali, interni ed esterni al Partito, non sembra così forte da poter influenzare la fazione principale, ma la leadership del Partito ne ignora le richieste a suo pericolo.

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