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  • » 30/04/2009, 00.00

    TURCHIA

    Il 1° Maggio torna ad essere festa dopo 30 anni

    Geries Othman

    Non lo si festeggiava dal ’77, quando vi è stato il massacro di 36 operai a Taksim. Anche per domani vi sono difficoltà. La crisi economica sta provando il Paese e la disoccupazione è elevata in città e campagne. La piaga dei lavoratori in nero e dei minori.

    Ankara (AsiaNews) - Dopo trent’anni di assoluto divieto, da domani in Turchia si potrà di nuovo celebrare la Festa dei Lavoratori a livello nazionale.

    Era il 1977 quando a Taksim, una delle piazze più popolari e affollate di Istanbul, la manifestazione del 1° maggio a cui parteciparono 500 mila persone, finì in un massacro. Trentasei persone, attaccate da autoblindo, persero la vita. I sindacalisti furono accusati di comunismo, la Festa dei lavoratori fu abolita, fu proibito manifestare a Taksim e gli scontri continuarono fino al colpo di stato del 1980 che portò alle successive trasformazioni del Paese volute dai militari garantisti del kemalismo turco.

    Così, la Festa del primo maggio chiamata da Ataturk “Giornata di Primavera” , istituita dal padre fondatore della moderna repubblica turca nel 1935, fu completamente cancellata dal calendario, diventando un appuntamento contrastato, pieno di tensioni  e scontri, un braccio di ferro, una questione di principio che dura ormai da tre decenni. E pare non essere ancora sopita.

    Negli ultimi anni il 1° maggio è divenuto giorno di scontri, di manganellate, di lacrimogeni e sangue: i sindacati radunano illegalmente i propri aderenti a Taksim, per “completare la festa interrotta” e la polizia disperde con la forza i cortei dichiarati illegali. L’anno scorso la polizia ha fatto uso di idranti e lacrimogeni per contrastare i numerosi manifestanti che volevano a tutti i costi raggiungere la zona proibita: arrestate più di 500 persone( v.foto), tra cui diversi dirigenti dei sindacati; alcuni giornalisti sono rimasti feriti.

    Quest’anno sotto forte pressione dei sindacati, il governo ha dichiarato il 1° Maggio festa nazionale e viene concesso un giorno di vacanza a tutti i lavoratori. Ma dopo vari tentennamenti, pur dando la possibilità di manifestare, è stato di nuovo proibito ogni raduno nella incriminata piazza di Istanbul.

    E’ stato il Prefetto a confermare ieri il divieto per motivi di sicurezza. La piazza ha reali problemi logistici: molto trafficata, rappresenta un punto di passaggio per milioni di persone al giorno ed è capolinea principale di autobus e minibus, oltre ad essere snodo nevralgico di taxi e auto private, difficili da bloccare e deviare. Il Prefetto di Istanbul ha dato dunque disposizioni per altre tre aree, più periferiche, più grandi, più idonee e sicure. Ma i sindacati non ci sentono e protestano: “E’ da 30 anni che vogliamo pagare il debito di coscienza che abbiamo nei confronti dei nostri 36 amici lavoratori uccisi”.

    Lo stesso premier Erdogan è dovuto intervenire per calmare gli animi, già infervorati: “Nella giornata del primo maggio  - ha detto ieri ai giornalisti - quanto vorremmo ormai essere testimoni non di scontri, razzie, lotte, violenze, ma di aria di festa, di fratellanza e solidarietà”. “Lasciamo alle nostre spalle – ha aggiunto -  i brutti ricordi e compiamo nuovi passi: non intestarditevi, non cedete alla provocazione, la nostra popolazione ha bisogno di crescere nella pace, nella serenità e nel benessere”. E il Prefetto di Istanbul popone ai sindacati di scegliersi una degna rappresentanza che a ricordo del tragico evento ponga dei fiori ai piedi dell’anonima scultura, in un angolo dell’enorme piazza di Taksim, unica traccia di quel giorno che i turchi ricordano ancora come il “Primo maggio di sangue”.

    Più che guardare al passato governo e sindacati sono sfidati dal presente e dal futuro. È infatti urgente creare una piattaforma comune di dialogo per contrastare la crisi economica. A gennaio il tasso di disoccupazione ha toccato la punta del 15,5%: 3.650.000 persone sono senza posto di lavoro, oltre un milione in più rispetto all’anno scorso. La disoccupazione nelle città è passata in un anno dal 13% al 17,2%; quella nelle campagne dall’8,4% all’11,8%. E il dato più inquietante riguarda la disoccupazione giovanile, salita al 27,9%.

    Ma la piaga più grossa sono i lavoratori in nero: secondo dati forniti dalla TurkStat, se i lavoratori non ufficialmente registrati al Ministero del Lavoro rappresentano il 43,2% dell’intera forza lavoro, nell’agricoltura raggiungono la punta altissima dell’85,2%.

    Altra calamità della Turchia è il lavoro minorile. Secondo il Disk (Confederazione dei sindacati dei lavoratori rivoluzionari), i lavoratori minori di 16 anni sono più di 650.000 nel Paese, costretti a lavorare anche 10-12 ore in condizioni precarie e poco salubri. In questo campo la Confederazione è impegnata da anni in progetti di giustizia con l’Ilo (International Labor Organization), ma c’è ancora molto da fare.

    Suleyman Celebi, segretario del Disk, dal portale dell’agenzia  “Osservatorio sui Balcani”, già due anni fa ha lanciato una provocazione: “Dal punto di vista sindacale, il periodo Erdogan è stato il più negativo, realmente non è interessato alle questioni sindacali, credo che per noi siano stati anni persi. Da anni la destra è al potere in questo Paese e la sinistra non riesce ad essere un’alternativa. Noi come sindacato siamo impegnati da tempo nel tentativo di favorire una coalizione di sinistra, per avere una socialdemocrazia più moderna che sia un’alternativa concreta per il Paese”.

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