09/05/2019, 15.51
RUSSIA
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Il Giorno della Vittoria: l’esaltazione della Russia e di Stalin

di Vladimir Rozanskij

Il 9 maggio la Russia celebra – un giorno dopo il resto del mondo – la sconfitta del nazismo. Il ricordo del sacrificio di tanti soldati, e soprattutto la gloria del Paese, “baluardo per l’umanità intera”. Stalin e ancora oggi più stimato di Putin. Dalla tribuna d'onore assenti molti invitati: su 68 personalità, ne sono giunte solo 20.

Mosca (AsiaNews) - Nel Giorno della Vittoria, la festa celebrata oggi 9 maggio, si ricorda la sconfitta del nazismo. Al di là degli eventi che conclusero la Seconda guerra mondiale, questo giorno in Russia è carico di significati. La festa ha infatti subito molte trasformazioni e riletture in oltre 70 anni, soprattutto nell’ultimo decennio. In passato dominava la commossa rievocazione dei sacrifici sofferti per la salvezza della patria e dell’umanità intera, con la celebrazione dei veterani ormai in gran parte scomparsi (ne rimangono ufficialmente 75.500, tutti molto anziani); oggi si torna ad esaltare il trionfo dell’Urss staliniana, che proietta una sensazione di forza anche alla Russia odierna.

Nel suo discorso, Putin ha esaltato “il valore incomparabile del trionfo militare del nostro popolo, che ha difeso e salvato la Patria, ed è diventato speranza e baluardo dell’umanità intera, il principale liberatore dei popoli europei. Di anno in anno sentiamo crescere la forza morale di questo sacrificio senza paragoni”. Il presidente ha ricordato che le disposizioni degli eroi di allora vengono realizzate oggi dai soldati della Russia contemporanea, proprio quando in molti Paesi “si agitano gli idoli del fascismo e del nazismo”. La Russia ha il potenziale necessario per la difesa di tutti, come hanno mostrato i poderosi armamenti che hanno sfilato sulla piazza Rossa. Per la maggior parte dei russi, come testimoniano i sondaggi, la Vittoria del 1945 è “il più grande avvenimento della storia mondiale”; il patriarca Kirill, alla vigilia della festa, ha deposto una corona di fiori al monumento del Soldato Ignoto, sulle mura del Cremlino.

In passato il ricordo univa i russi agli alleati della guerra contro la follia hitleriana, oggi invece si allargano le distanze con essi, come era evidente dall’assenza di ospiti d’onore sulla tribuna del mausoleo di Lenin. Su 68 capi di Stato invitati, ne sono arrivati solo 20, e cioè i pochi sostenitori dell’attuale corso isolazionista della politica russa: accanto a Putin sedevano il presidente cinese Xi Jinping e il “leader eterno” del Kazakhstan, Nursultan Nazarbayev.

La parata del 9 maggio è diventata ormai un’azione di propaganda della nuova grandezza russa, con un particolare accento sull’importanza dello Stato nella storia della guerra e della vittoria. In forma estrema, questo si traduce nello slogan sempre più popolare “Stalin ha vinto la guerra”. In tal modo, in nome dell’ideale patriottico superiore, si emenda la memoria del sanguinario dittatore georgiano.

La condanna dei crimini di Stalin da parte di Khruscev, nel XX Congresso del PCUS del 1957, aveva portato negli anni ‘60 a comprendere la Vittoria come una sostituzione di regime totalitario con un altro, come espresso magistralmente dal romanzo “Il primo cerchio” di Aleksandr Solzenicyn nel 1968. Anche nella coscienza degli uomini sovietici, lo stalinismo non aveva diritto alla gloria della Vittoria, e la festa di maggio si limitava a mostrare i muscoli del regime, secondo le categorie della Guerra Fredda. Agli eventi del 1945 rimase legata la memoria delle vittime, e del sacrificio dei soldati, da cui i toni commossi delle manifestazioni, insieme al rancore per un regime che aveva vinto mandando al macello un numero di persone dieci volte superiore a quello dei vinti.

Dalla metà degli anni 2000 – e in particolare dal conflitto con l’Ucraina del 2014 - i sentimenti umanitari di compassione sono stati sostituiti sempre più dai toni di rivincita, per cui serve ripartire dalla vittoria antica per immaginare nuove prospettive di grandezza. Aiuta anche la differenza con la data mondiale della celebrazione, che cade nel giorno precedente, l’8 maggio, quando i sovietici ricordano il loro ingresso a Berlino. La Russia celebra così la “sua” vittoria, diversa da quella di tutti (il presidente uscente dell’Ucraina, Petro Poroshenko, ha parlato di “privatizzazione della vittoria” del Cremlino), e la popolazione rivaluta la figura di Stalin, amato in Russia oggi anche più dello stesso Putin. Non la libertà e la democrazia, ma la grandezza morale della Russia è l’esito celebrato dal conflitto mondiale contro il totalitarismo nazista, ed è di tale grandezza che il mondo oggi avrebbe bisogno, non della democrazia esausta e impotente dell’Europa ormai decaduta. Questo, almeno, è il senso del canto trionfale di cinque grandi cori militari, che hanno chiuso la parata del 9 maggio con l’inno Patria mia, grande Paese, a cui ha fatto eco a San Pietroburgo lo storico inno ottocentesco di Mikhail Glinka, Gloria, gloria allo zar russo, il primo inno ufficiale della Russia del tempo che fu, e che oggi si vorrebbe far tornare.

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