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  • » 21/02/2011, 00.00

    ISRAELE – PALESTINA

    Il veto Usa all’Onu, un boomerang contro Israele

    Arieh Cohen

    Gli Stati Uniti hanno messo il veto a una bozza di risoluzione per fermare gli insediamenti dei coloni israeliani nei territori occupati. In tal modo gli Usa danneggiano se stessi nei confronti del mondo arabo, ma rischiano anche di far cadere la soluzione dei “due Stati”. Israele rischia di essere cancellato come focolare del popolo ebraico perché dovrà accogliere una maggioranza palestinese.
    Tel Aviv (AsiaNews) – Il 18 febbraio scorso, l’amministrazione Usa ha deciso di porre il veto alla bozza di risoluzione del Consiglio di Sicurezza Onu che chiedeva a Israele di desistere e bloccare ulteriori colonizzazioni dei territori palestinesi. Si tratta in effetti della West Bank e di Gerusalemme est che dal 1967 si trovano sotto un’occupazione bellica.
     
    I palestinesi non riescono a comprendere come questo veto di Washington potrà aiutare – e non danneggiare – gli interessi Usa in politica estera. Tutti gli altri 14 membri del Consiglio di sicurezza, compresi gli alleati occidentali degli Usa hanno votato a favore della risoluzione. Oltretutto, l’ambasciatore Usa all’Onu, Susan E. Rice, ha spiegato che gli Stati Uniti sono d’accordo con il contenuto della risoluzione. La Rice ha dichiarato: “Noi rifiutiamo la legittimità della continua attività degli insediamenti israeliani nei termini più forti” e ha aggiunto: “La continua attività degli insediamenti viola gli impegni internazionali di Israele, distrugge la fiducia fra le parti e minaccia le prospettive di pace”. E allora perché il veto?
     
    L’ambasciatrice Rice, all’unisono con altri portavoce Usa, ha detto che secondo l’amministrazione, adottare la risoluzione potrebbe danneggiare gli sforzi in atto per riportare ai negoziati di pace Israele e i palestinesi. Come questo avverrebbe, non è chiaro. E non aiuta a capire il fatto che l’ambasciatrice abbia espresso la convinzione che “questa bozza di risoluzione rischia di indurire le posizioni delle due parti. Essa potrebbe incoraggiare le parti a stare fuori dai negoziati e, se e quando essi riprendono, a tornare al Consiglio di sicurezza non appena essi giungano ad una empasse”.
     
    In realtà, al contrario, la risoluzione voleva creare la vera condizione necessaria per i negoziati, e cioè proprio il blocco di quella “continua attività degli insediamenti” che gli Usa definiscono come illegittima “nei termini più forti”. E cosa vi è di sbagliato nel “tornare al Consiglio di sicurezza non appena essi giungano ad una empasse”? Non è proprio questo il motivo per cui esiste il Consiglio? In più, se in un certo momento nel futuro, gli Usa sentissero che è necessario bloccare una risoluzione, essi potrebbero esercitare il proprio veto: allora e non adesso contro una semplice bozza che esprime principi ed esigenze, con le quali gli Usa sono d’accordo! Così pensano molti circoli palestinesi vicini al governo e tale è l’opinione di alcuni israeliani.
     
    Nelle dichiarazioni di alcuni israeliani e americani vi è un diffuso fraintendimento, secondo cui il blocco delle “attività degli insediamenti israeliani” è un tema dei negoziati stessi. Si tratta di una lettura ovviamente errata della “Dichiarazione di principi” – il cosiddetto “Accordo di Oslo”, che Israele e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) hanno firmato il 13 settembre 1993 – che è la premessa per i negoziati di pace. In quel documento, il tema degli “insediamenti” è in effetti definito come un soggetto, materia per un futuro trattato di pace. Ma il significato è il destino degli insediamenti già costruiti fino ad allora, non se Israele è libero di impegnarsi in “continua attività di insediamenti” nel tempo che rimane fino a che il trattato di pace viene firmato.
     
    Un principio legale universale, conosciuto da tutti, afferma che una parte impegnata in una disputa non può continuare a creare nuovi fatti, alterando l’oggetto della disputa. Oltretutto, la “continua attività degli insediamenti” è proibita in modo esplicito dalle leggi internazionali. La Quarta convenzione di Ginevra del 1949, a cui Israele ha partecipato, proibisce a un potere occupante di insediare elementi della propria popolazione in territori occupati. Dagli anni dopo la guerra israelo-araba del 1967, vi è poi una lunga serie di risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu, che dichiarano illegale tale “attività di insediamento” e domandano a Israele di fermarsi e desistere subito da ogni attività di questo tipo: risoluzioni passate e non bloccate dal veto Usa. In altre parole, il blocco delle “attività di insediamento” non è per nulla un tema per i negoziati, ma una richiesta della legge internazionale, che vi sia o no un negoziato. Così la pensano i palestinesi, alcuni israeliani e qualche esperto indipendente.
     
    Nei giorni prima del voto al Consiglio di sicurezza, l’amministrazione Usa ha cercato con tutte le forze di convincere il presidente dell’Olp, Mahmud Abbas (Abu Mazen), di ritirare la bozza. Il Segretario di Stato Clinton e lo stesso presidente Obama gli hanno telefonato per questo. Essi hanno cercato con tutte le forze di risparmiarsi la necessità (perché era una necessità non lo si è capito) di porre il veto su una risoluzione con cui essi erano d’accordo. Essi avrebbero dovuto sapere che questa richiesta era impossibile. A parte tutto, come si poteva pensare che il presidente palestinese avrebbe accettato le loro suppliche (che a un certo punto sono divenute minacce implicite)? Con tutte le rivolte che avvengono nel mondo arabo, con una popolazione palestinese che vive sotto occupazione militare da 44 anni (!) e sempre più sfiduciata nelle possibilità di libertà, come avrebbe potuto Abbas ritirare la bozza di risoluzione, anche se personalmente avesse voluto farlo? In realtà, se il presidente Obama e il segretario Clinton avessero avuto successo, ciò avrebbe avuto conseguenze catastrofiche: Abbas e la sua organizzazione sarebbero stati screditati per sempre dal “popolo palestinese delle strade”, con risultati che è meglio non immaginare.
     
    Va detto inoltre che la strategia multipolare e non violenta su cui sono impegnati Abbas e la sua organizzazione, con speciale enfasi sull’Onu, è la migliore politica “antiterrorista”: la promessa che essa porta aiuta a prevenire l’ira e la disperazione della popolazione palestinese nei territori occupati, senza farle trovare uno sfogo in una rinnovata “lotta armata” dal fronte ampio.
     
    Ovviamente, per continuare ad avere successo nel prevenire violenze in larga scala, questa strategia deve mostrare dei risultati. Ad oggi, tutto è diretto verso la domanda di riconoscimento dello Stato palestinese da presentare all’Onu in settembre. In quel periodo, Abbas intende anche indire elezioni parlamentari e presidenziali (il suo mandato è scaduto all’inizio dello scorso anno). Il riconoscimento dell’Onu sarebbe la carta vincente per queste elezioni. Pensare a come farvi fronte non è troppo presto, né per gli Usa, né per Israele. L’immediata e scontata reazione dei due sarebbe quella di opporsi con forza all’ammissione dello Stato palestinese nell’Onu. Ad ogni modo essi hanno ancora tempo per riflettere con serietà se ciò sarebbe nel loro interesse. Un tale riconoscimento non sarebbe una minaccia né per gli Usa, né per Israele. Al contrario,  essa potrebbe essere il miglior catalizzatore perche i negoziati di pace fra Israele e Palestina abbiano successo. La dignità “esterna” e responsabile, e la conseguente legittimità “interna” di uno Stato palestinese potrebbe creare le migliori condizioni – interne ed esterne –per seri negoziati di pace fra entità formalmente alla pari.
     
    Un altro veto degli Usa a questo punto – dicono alcuni - potrebbe causare qualcosa che – ancora una volta – sarebbe meglio non pensarci. Un fatto che dovrebbe essere chiaro a tutti è che le inaspettate convulsioni in Egitto e altrove nel mondo arabo, dove le piattaforme tettoniche sono ancora in movimento, dovrebbe spingere chiunque – in Israele e negli Usa – a non ripetere prevedibili e programmate reazioni, motivando invece a pensieri nuovi, slegati da vecchie “concezioni”.
    Già questa volta, con il suo veto, gli Usa hanno corso un grande rischio e non hanno guadagnato alcun vantaggio: questo lo dicono gli statisti palestinesi, i diplomatici e diversi commentatori. Proprio in questo momento, nel contesto medio-orientale con tanti pericoli e poche prospettive positive, per gli interessi Usa (e di Israele) nella regione è saggio scoraggiare i palestinesi da una via non-violenta e diplomatica? Questa strada essi l’hanno imbracciata proprio nel tentativo di fermare le “attività di insediamento” e per bloccare quel processo che strappa via da loro le case, la terra e l’acqua ogni giorno.
     
    [Con il veto] gli Usa hanno fatto un favore a Israele? È ancora troppo presto per valutare le complete ripercussioni di questo veto, ma già non mancano israeliani riflessivi che risponderebbero di no, come ha fatto Gideon Levi, scrivendo sul quotidiano israeliano Ha’Aretz. Le prospettive di pace, sicurezza e prosperità per Israele dipendono dall’arrivare a un trattato di pace con l’Olp. Ciò significa la fine dell’occupazione militare, il lasciare che i palestinesi siano liberi di fondare il loro Stato, dove potranno essere sicuri da nuovi espropri di case, terra e acqua. Tutto ciò in linguaggio diplomatico si definisce “la soluzione per i due Stati”. Ma la “continua attività di insediamento” rende sempre meno possibile questa soluzione con fatti quotidiani e sul terreno.
     
    Per ogni colono che si insedia, rimpatriarli e riportarli in Israele diventa sempre più difficile. Per questo già ora alcuni palestinesi parlano di abbandonare la “soluzione per i due Stati”, domandando semplicemente la cittadinanza e i loro diritti civili a un solo Stato, un unico Stato che comprende l’intero territorio della Terra santa fra il fiume Giordano e il mare Mediterraneo, attualmente diviso fra lo Stato di Israele e un territorio sotto l’occupazione militare (più la piccola e stretta, ma sovrappopolata Striscia di Gaza che, purtroppo è sotto l’effettivo controllo di un’organizzazione terrorista). La “continua attività di insediamento” può rendere questo scenario inevitabile. E per gli israeliani questo è proprio un finale scenario da incubo. I cittadini palestinesi di questo Stato unitario comincerebbero con l’ essere una larga minoranza, diventando presto una maggioranza. In ogni caso, lo Stato ebraico verrebbe a finire, non come Stato, ma come Stato nazionale degli ebrei. Lo scenario da incubo è quello che guida il campo dei “pacifisti” in Israele, fra cui il presidente Shimon Peres. Essi desiderano pace, non tanto per ragioni “umanitarie”, “universaliste” o per visioni intellettuali cosmopolite, ma per motivi nazionali e patriottici. Essi non sono meno testardi o nazionalisti o patriottici della destra a favore degli insediamenti. Essi sono soltanto più realisti.
     
    Ci sarà un tempo – essi dicono apertamente – in cui nessuno degli amici occidentali di Israele, nemmeno gli Usa, potrà tollerare uno Stato che domina una vasta popolazione di non-cittadini sottomessi, che vivono sotto un’occupazione militare, senza diritti civili. E non potranno scusare un’Autorità palestinese, che amministra solo parte del territorio occupato, in modo semiautonomo, , come non hanno scusato a suo tempo i Bantustan costruiti dal Sudafrica.
     
    Questi israeliani fanno notare il veloce abbandono da parte degli Usa del loro amico di una volta, Hosni Mubarak. Secondo loro dovrebbe suonare come un campanello d’allarme. Oggi Israele può ancora persuadere l’amministrazione Usa a porre il veto su una risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu, pur essendo d’accordo con essa.  
    Ma la veloce virata americana sull’Egitto significa che ciò non è garantito per il futuro. Come si dice per definire la politica americana, “Gli Stati Uniti non hanno alleati permanenti, ma solo interessi permanenti”. Nel caso presente, gli Usa stati persuasi a votare contro i loro stessi interessi, solo perché un governo alleato ha chiesto loro di farlo, ma la logica suprema della politica americana suggerisce che non potrà essere sempre così.
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