16/09/2019, 08.53
A. SAUDITA - M. ORIENTE
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Impennata nei prezzi del petrolio dopo l’attacco alle raffinerie saudite

La produzione globale scesa di oltre il 5%. Il prezzo del Brent tocca quota 67,77 dollari (+11%) dopo aver sfondato la soglia dei 70 e i future Wti sono arrivati a 59,75 dollari (+8,9%). L’attacco sferrato con i droni rivendicato dai ribelli Houthi in Yemen. Washington accusa l’Iran, che nega. Timori dagli esperti sulle forniture per le prossime settimane. 

Riyadh (AsiaNews/Agenzie) - Il prezzo del petrolio registra in queste ore una impennata, legata ai due attacchi con i droni avvenuti nel fine settimana contro impianti petroliferi della compagnia statale Aramco in Arabia Saudita. La produzione globale del greggio è calata di oltre il 5%; al contempo, sui mercati asiatici il prezzo del Brent è salito fino a 67,77 dollari (+11%) dopo aver sfondato la soglia dei 70 e i future sul Light crude Wti sono arrivati a 59,75 dollari (+8,9%). 

La corsa all’aumento ha rallentato - seppur di poco - in seguito all’annuncio del presidente Usa Donald Trump, che ha autorizzato l’uso delle risorse petrolifere strategiche del Paese. Su Twitter l’inquilino della Casa Bianca ha spiegato di aver dato il via libera “se necessario, in un importo da definire, ma sufficiente per mantenere i mercati ben forniti”. Egli ha poi comunicato alle agenzie competenti di “accelerare le approvazioni degli oleodotti attualmente in attesa di autorizzazione in Texas e negli altri Stati”. 

Riyadh, che registra la solidarietà e il sostegno dalle nazioni del Golfo, è il principale esportatore mondiale di petrolio e garantisce oltre sette milioni di barili al giorno. Secondo le cifre ufficiali fornite a giugno, le riserve del regno wahhabita ammontavano a 188 milioni di barili. L’attacco con i droni ha colpito al cuore la produzione di greggio del Paese, centrando due fra gli impianti più importanti. 

La compagnia statale Aramco riferisce che le perdine in termini produttivi si aggirano attorno ai 5,7 milioni di barili al giorno. Potrebbero volerci anche settimane per ripristinare la produzione e tornare a pieno regime. Abhishek Kumar, capo analista alla Interfax Energy di Londra, sottolinea che i danni agli impianti di Abqaiq e Khurais “appaiono estesi e potrebbero servire molte settimane” prima che i rifornimenti siano normalizzati. 

Jeffrey Halley, studioso di mercati petroliferi, afferma che il picco nei prezzi è una reazione “alle implicazioni politiche e geopolitiche” degli attacchi. Il riferimento è quanto avvenuto il 14 settembre, quando due impianti sauditi sono stati colpiti da droni. “La grande domanda - aggiunge Halley - è che quanto siano sicure le infrastrutture saudite”.

L’attacco alle strutture, effettuato con droni, è stato rivendicato dai ribelli Houti dello Yemen, sostenuti dall’Iran da anni in lotta contro le truppe governative sostenute da Riyadh. Nell’ultimo periodo si sono intensificati gli assalti e le operazioni mirate dal territorio yemenita oltreconfine, in Arabia Saudita. 

Tuttavia, per gli Stati Uniti la versione di un attacco sferrato dagli Houthi non sarebbe credibile e dietro l’escalation vi sarebbe la mano di Teheran. Il segretario di Stato Usa Mike Pompeo punta il dito contro la Repubblica islamica, ma non fornisce alcuna prova a sostegno. Sulla questione è intervenuto anche il presidente Trump, il quale afferma che gli Stati Uniti sanno chi è il colpevole e sono “pronti e carichi” per reagire, ma restano in attesa di indicazioni dall’Arabia Saudita che finora ha fatto filtrare poche informazioni e preferisce mantenere un generale riserbo. 

In queste ore si registra anche la risposta dell’Iran, che respinge al mittente ogni addebito e parla di “inganno” statunitense e accuse infondate. Il ministro degli Esteri Javad Zarif afferma che “accusare l’Iran non servirà a mettere fine al disastro” in Yemen.  Prima di partire per la Turchia per il trilaterale con Vladimir Putin e Recep Erdogan sulla Siria, il presidente iraniano Hassan Rouhani sottolinea che le tensioni nella regione devono essere risolte dai Paesi dell’area attraverso il negoziato e i necessari compromessi.

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