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    » 12/05/2011, 00.00

    CINA

    In Cina il 95% dei colpevoli “confessa” i propri crimini



    Un professore di diritto ha esaminato migliaia di processi penali, parlato con centinaia di magistrati e avvocati. Ha concluso che la condanna quasi sempre è fondata solo sulla confessione dell’imputato, anche quando questi denuncia torture della polizia. Frequenti le “ingerenze” delle autorità sui magistrati.
    Hong Kong (AsiaNews/Agenzie) –Il 95% degli imputati in Cina confessa il reato e le condanne sono soprattutto fondate su queste confessioni. Inoltre i magistrati lamentano frequenti “ingerenze” della autorità amministrative e politiche, nell’esercizio della giustizia. E’ l’esito di un approfondito studio del professore Mike McConville, decano della facoltà di Giurisprudenza dell’Università Cinese di Hong Kong, che ha esaminato migliaia di processi.
    McConville ha dedicato 15 anni allo studio: Giustizia Criminale in Cina: Un’Indagine Empirica, pubblicato ieri. Ha esaminato gli atti di 1.144 casi dei tribunali di 13 distretti, ha svolto 267 interviste a giudici, pubblici ministeri e avvocati difensori.
     
    Lo studio indica che, su 227 dibattimenti, solo in 19 le accuse erano fondate su deposizioni di testimoni e solo in un processo è stato sentito un testimone. Invece le condanne al carcere, anche per lunghi periodi, sono state quasi sempre fondate su confessioni, spesso ottenute dalla polizia e non dai magistrati. Molti degli avvocati difensori interpellati hanno detto che la polizia aveva torturato i loro clienti, per ottenere la confessione, ma non lo hanno denunciato per timore di condanne più severe. Alcuni difensori hanno denunciato al tribunale le torture subite, producendone prova, ma sono stati tutti ignorati.
    Pure anomale è la “rapidità” dei processi: i due terzi delle udienze delle corti inferiori e un terzo di quelle di livello intermedio sono durate meno di un’ora, senza contare il tempo per delibare la sentenza e leggere il verdetto. Lo studioso ritiene che anche questo sia conseguenza delle molte confessioni, dato che “se hai confessato – spiega – è quasi certo che sarai condannato”. In questi processi il ruolo dell’avvocato difensore è risultato avere avuto “minima rilevanza”.  
     
    McConville ha parlato con 88 giudici e 96 pubblici ministeri e costoro, sotto condizione di anonimità, hanno detto di avere subito frequenti interferenze da organi politici. Inoltre i magistrati hanno pure riconosciuto che l’esito dei processi è determinato soprattutto dalle attività della polizia, che svolge le indagini e acquisisce le prove, relegando accusa e giudici a un ruolo soprattutto passivo.
     
    All’esito della sua indagine, McConville esprime il timore che spesso la polizia si preoccupi di costruire le prove contro il sospetto, piuttosto che svolgere indagini complete. Egli ha definito il sistema legale cinese “davvero molto deludente”.
     
    Anche se il campione esaminato è modesto, il lavoro è importante quale primo studio indipendente fondato su una approfondita ricerca empirica. I problemi denunciati sono noti e dal 1996 si parla di una riforma del sistema penale, poi sempre rinviata (AsiaNews 19/01/2006, Cina: per fermare la tortura, verranno registrati gli interrogatori dei sospetti criminali).
     
    L’avvocato anziano Mo Shaoping conferma al quotidiano South China Morning Post che la legge attribuisce alla polizia un potere davvero vasto: può svolgere indagini senza alcuna autorizzazione del magistrato, fare intercettazioni telefoniche, trattenere i sospetti per più di 37 giorni senza intervento dei magistrati.
    “Secondo molti – spiega Mo – più grande è il potere della polizia, più debole è la certezza del diritto”.
     
     
    Negli anni scorsi sono emersi casi clamorosi, con condanne all’ergastolo o alla pena di morte per omicidi confessati, ma in seguito la persona “assassinata” è ricomparsa, scagionando il condannato. In un caso la pena capitale era stata eseguita (17/06/2005 Cina, "vittima" di omicidio riappare dopo l'esecuzione dell'"assassino"). In un altro caso il reo “confesso” aveva denunciato che la polizia gli aveva estorto la confessione con la tortura, ma il Tribunale non lo aveva creduto (12/05/2005 Sotto tortura confessa l'omicidio della moglie, che torna dopo 11 anni).
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