03/02/2015, 00.00
VIETNAM - CINA - NUOVI SCHIAVI
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In Vietnam le “schiave moderne” del sesso, vendute in Cina come prostitute o spose

di Paul N. Hung

Nel 2014 migliaia di giovani hanno varcato il confine, per essere sfruttate nei bordelli o soggette a matrimoni forzati. Consumismo e materialismo fra le cause di un mercato in crescita. Le vittime provengono in maggioranza da aree remote e isolate; ma con internet e social sono coinvolte anche ragazze della classe media. Anche i cattolici in prima linea a difesa delle vittime.

Ho Chi Minh City (AsiaNews) - In Vietnam una delle forme moderne di schiavitù riguarda il traffico delle giovani donne, costrette a prostituirsi nei bordelli lungo la frontiera con la Cina o vendute in spose a uomini oltreconfine, per motivi di interesse e denaro. In questi anni la tratta delle persone nel Paese asiatico ha coinvolto in particolare donne, ragazze e giovani poco più che bambine, trattate sempre più alla stregua delle "nuove schiave del sesso". Mentre la Chiesa celebra l'8 febbraio la prima Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta delle persone, uno studio di esperti sociali a Ho Chi Minh City conferma che "il Vietnam è una delle nazioni della regione Asia-Pacifico con il maggior numero di vittime del racket del sesso". 

Le vittime della tratta sono soprattutto originarie delle aree remote del Vietnam, spesso provenienti da famiglie povere e con una scarsa educazione alle spalle; esse finiscono nelle mani di "ruffiani, trafficanti e uomini d'affari cinesi" che utilizzano ogni mezzo per "attirare le ragazze" e sfruttarle. Tuttavia, a cuasa di internet e delle tecnologie più moderne di comunicazione, a finire nelle maglie dei trafficanti sono anche ragazze di città, appartenenti alla classe media o piccola borghesia. 

Gruppi attivisti e associazioni in prima linea nel recupero delle giovani vittime spiegano che "uno dei motivi chiave" del crescente fenomeno è il consumismo diffuso che permea la società; esso si è unito al materialismo, finendo per corrodere dalle base la struttura morale della famiglia vietnamita. I trafficanti attirano le ragazze con la prospettiva di un lavoro, con il quale contribuire anche ai bisogni della famiglia; ma una volta superata la frontiera con la Cina, esse finiscono nei bordelli oppure spose di uomini cinesi che le hanno acquistate. 

Prima di partire alle giovani vengono fatti firmare contratti di lavoro fittizi, in lingue straniere (cinese o altro) che non sono nemmeno in grado di capire; sono a centinaia le "presunte" lavoratrici, che vengono assoldate e rivendute da mercanti senza scrupoli che sfruttano l'incapacità o la complicità di amministratori locali e funzionari governativi, nel controllare i confini e combattere il traffico. Nel racket sono coinvolti anche giovani vietnamiti o donne vietnamite di origini cinesi, che attirano le loro prede e, dopo averne conquistato la fiducia, le convincono a trasferirsi in una "nuova località" per un lavoro che, il più delle volte, finisce per essere legato al mondo della prostituzione. 

Nel 2014 migliaia di ragazze hanno varcato il confine che separa Vietnam e Cina, per essere ridotte in condizioni di schiavitù e sfruttate nel mercato del sesso; solo nel novembre dello scorso anno la polizia della provincia di Quảng Tây e i colleghi della provincia di Vân Nam hanno soccorso un centinaio di giovani vietnamite, ridotte in condizione di semi-schiavitù in Cina. Tuttavia, restano ancora molte le difficoltà - anche culturali - nella lotta alla prostituzione e al mercato del sesso, come la (errata) equiparazione che è in atto fra "contrabbando e traffico"; tutto questo comporta la mancanza di riconoscimento delle vittime e di azioni legali verso i colpevoli.

Una situazione molto simile si era registrata anche nel 2013 quando, secondo fonti di Hanoi, almeno 982 ragazze sono state "smerciate" in Cina, di cui 871 sono vittime della "tratta di vite umane". Fenomeni che si sono ripetuti anche lo scorso anno: il 14 dicembre 2014 le autorità di Lai Châu, con la collaborazione delle guardie di confine di Ma Lù Thàng, hanno scoperto e sgominato una banda dedita alla tratta di donne, mandando a processo 512 persone e condannandone 420 ad almeno tre anni di prigione. Nella tratta erano coinvolti anche giovani vietnamiti, in particolare quanti vivono nei villaggi dislocati lungo la frontiera, che vedono nel commercio di vite umane (femminili) un facile mezzo di arricchimento. A due di questi giovani, Tao Văn Păn del gruppo etnico Lu e  Lò Thị Chom, venivano elargiti fino a 4mila dollari per ciascuna ragazza. Il traffico riguarda soprattutto giovani vietnamite, ma non mancano esempi di donne provenienti da Myanmar, Laos, Thailandia e Cambogia. 

Bùi Đ. Giang, un giovane originario di Hanoi, da solo ha aggirato e avviato alla prostituzione nei villaggi e nelle cittadine cinesi di confine oltre 50 ragazze, per lo più appartenenti a gruppi etnici minoritari. Appresa la notizia, il padre 52enne Bùi Đ. Tuấn ha detto di "non sapere" dell'attività del figlio e "del dolore che ha provocato alle vittime", aggiungendo che "la nostra famiglia è sotto shock". Nella lotta contro la tratta di giovani donne e contro queste forme moderne di schiavitù vi sono anche realtà cattoliche, religiose e laiche. Un'assistente sociale di Ho Chi Minh City racconta ad AsiaNews: "Fornisco aiuto e consulenza psicologica a una giovane vittima. È stata rivenuta in un bordello cinese vicino al confine e riportata a casa. Dopo tre anni è finita di nuovo in Cina per colpa di un trafficante senza scrupoli, e abusata e umiliata nella sua sessualità. I suoi padroni e aguzzini, uomini e donne, l'hanno costretta a prostituirsi e ad assumere droga durante rapporti con clienti cinesi". 

 

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