04/04/2008, 00.00
TIBET - CINA
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Incidenti a Lhasa: manca ancora qualsiasi spiegazione “ufficiale”

Pechino nega che suoi soldati abbiano fomentato le proteste e dice “falsa” la fotografia di un soldato travestito da monaco. Ma non spiega perché la polizia fosse impreparata alle prevedibili proteste. Oltre 1.000 arrestati saranno processati subito, prima di riammettere i media.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – La Cina nega che suoi soldati travestiti da monaci abbiano istigato le violenze in Tibet. Intanto deve ammettere, dopo settimane, che la polizia ha sparato sulla folla tibetana nel Sichuan.

Secondo Pechino la foto mostrata dal Dalai Lama (un monaco che impugna una spada che non è tibetana ma cinese) è davvero di un ufficiale dell’esercito vestito da monaco, ma è vecchia di tre anni. Dice che le forze di sicurezza non potevano indossare le uniformi estive della fotografia perché inadatte al freddo clima di marzo e perché cambiate nel 2005. Peraltro esuli tibetani hanno affermato che testimoni oculari hanno visto soldati travestiti da monaci, ma non li hanno ancora indicati. La Cina dice che nelle proteste sono morti 18 civili, ma il governo tibetano in esilio parla di almeno 140 morti accertati.

Intanto Wang Xiangming, vicecapo del Partito comunista a Lhasa, ha ammesso che ci sono oltre 1.000 arrestati per le proteste, che saranno processati entro aprile. Poiché Pechino annuncia che il Tibet riaprirà ai turisti dal 1° maggio, è evidente la volontà di fare i processi senza osservatori esteri. Il Tibet è stato isolato il 16 marzo subito dopo l’esplosione delle violenze, che molti turisti presenti hanno raccontato ai media esteri o filmato, rendendo impossibile tenerle sotto silenzio.

Xiao Youcai, vicecapo della prefettura che comprende la contea Aba (Sichuan), ha ammesso ieri per la prima volta che ivi la polizia ha sparato sui dimostranti il 16 e 17 marzo “ferendone alcuni”, precisando che l’ha fatto per autodifesa e che “non abbiamo visto morti”. La zona sarà presto riaperta ai turisti, ma “non è ancora sicura per i giornalisti”, “che non sono ancora benvenuti”. Ma il gruppo Campagna per un Tibet libero  parla di almeno 13 morti accertati.

Pechino accusa dei disordini “la cricca del Dalai Lama”, ma dopo settimane manca qualsiasi attendibile ricostruzione della genesi delle rivolte, soprattutto per la rigida censura subito  imposta ai media e la chiusura della zona. Molti ritengono “incredibile” che la polizia non fosse pronta ad affrontare proteste, anche perché il 10 marzo, anniversario della fuga del Dalai Lama da Lhasa, le dimostrazioni sono ricorrenti. Peraltro i disordini sono esplosi il 14 marzo, dopo 4 giorni di proteste pacifiche dei monaci e dopo che esercito e polizia già erano arrivati in forze. Le stesse telecamere stradali della pubblica sicurezza e testimoni stranieri indicano l’assenza della polizia dai quartieri degli etnici han a Lhasa, al momento delle violenze.

Le autorità del Tibet hanno fatto pubbliche “scuse” alle famiglie di 5 ragazze morte nell’incendio di un negozio di abbigliamento a Lhasa, il 14 marzo. Ripetendo che è colpa delle “attività secessioniste della cricca del Dalai Lama”.

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