31/10/2003, 00.00
FILIPPINE
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Insurrezione islamica e fragilità del governo

di Giorgio Licini - Paul McMillan

Manila - Il giorno in cui il primo ministro australiano, John Howard, incontrava la presidente Gloria Macapagal-Arroyo, il 14 luglio scorso, per rafforzare la cooperazione con il governo filippino contro il terrorismo islamico, l'indonesiano Fathur Rohman al-Ghozi, in carcere per le stragi del 30 dicembre 2000 sugli autobus e la metropolitana di Manila, si dileguava dalle celle di massima sicurezza della polizia di Manila in compagnia di due terroristi di Abu Sayyaf. L'incidente, con le sue complicità, rivela la grave crisi politica che le Filippine attraversano a meno di un anno dalle elezioni presidenziali previste per il maggio 2004. Le divisioni all'interno dell'esercito, della classe dirigente e della società stessa sono diventate evidenti il 27 luglio, quando circa 300 soldati e giovani militari si sono ammutinati, chiedendo le dimissioni della presidente, del ministro della difesa, del capo della polizia e del responsabile del servizio segreto militare. Voci di un colpo di Stato guidato addirittura dall'ex-presidente Fidel Ramos si rincorrono, mentre rimangono aperte le ferite provocate dalle forzate dimissioni del presidente Joseph Estrada nel gennaio 2001. L'eventuale ascesa alla presidenza del generale Panfilo Lacson, abbastanza popolare, capo della polizia al momento del rovesciamento di Estrada, è un incubo per Ramos, Arroyo e tutti coloro che hanno fatto lo sgambetto al presidente certamente corrotto, ma eletto nel '98 con un vastissimo consenso popolare.

In questo contesto il governo di Manila ha bisogno di un colpo di fortuna che ne rilanci l'immagine e ne risollevi le sorti. E tale potrebbe essere un accordo con il Fronte Islamico di Liberazione Moro, Milf (Moro Islamic Liberation Front), propiziato dalla morte improvvisa, il 13 luglio scorso, del fondatore Hashim Salamat, fortemente secessionista, poco incline alla trattativa, e l'ascesa al suo posto di Ebrahim Murad, più aperto invece ad un'ipotesi di forte autonomia. Il Milf è attivo soprattutto nell'area centrale di Mindanao. È forte di circa 12 mila armati. Non ha seguito il Fronte nazionale di liberazione Moro (Mnlf), attivo a Mindanao occidentale, sulla via della trattativa e della pace nel 1996 sotto il presidente Ramos.

Nel corso dell'incontro tra vescovi cattolici e protestanti e ulama musulmani (Bishops Ulama Conference, BUC) a Manila, tra il 15 e il 18 agosto, il governo ha proposto proprio un accordo simile a quello del 1996: integrazione di buona parte dei combattenti islamici nell'esercito nazionale e progetti di sviluppo nelle aree depresse attualmente interessate alla guerriglia. Il BUC diventerebbe proprio l'organismo supervisore di queste iniziative sostenute dal governo e da agenzie umanitarie. Anche il presidente Bush ha promesso aiuto nel caso venga raggiunto un accordo di pace.

L'ipotesi di intesa ha una certa possibilità di riuscita. La vuole certamente l'amministrazione Arroyo. La vogliono, come nel 1986, i vicini governi dell'Indonesia e della Malaysia (mediatore ufficiale), preoccupati di contenere il più possibile la diffusione dell'instabilità e del terrorismo nell'area. La chiedono naturalmente le popolazioni stremate da decenni di guerra, evacuazioni e povertà indotta dall'instabilità e dalle scarse opportunità economiche. Persone bene informate dicono che una via d'uscita la cercano fortemente anche molti uomini del Milf. Chiedono però qualcosa di più di quanto concesso al Mnlf di Nur Misuari nel 1996. Il Milf è infatti un movimento più radicato nei valori coranici. In particolare rivendica la possibilità di applicare ai musulmani la sharia, cosa naturalmente non prevista dalla costituzione filippina e motivo di preoccupazione anche per i cristiani, che vivono in zone a maggioranza o forte presenza musulmana.

Gli ostacoli che si frappongono ad un accordo nei prossimi mesi rimangono però anch'essi notevoli.

Anzitutto l'instabilità politica, amministrativa e militare a Manila, destinata a crescere con l'avvicinarsi delle elezioni presidenziali. Poi la difficoltà di tutti a sottoscrivere impegni definitivi alla vigilia comunque di un'incerta transizione politica. Infine le incertezze all'interno del Milf. La morte di Hashim Salamat ha aperto a Ebrahim Murad la stanza dei bottoni, ma l'uomo è da molti considerato troppo incline al compromesso. In particolare il portavoce del Milf a Mindanao occidentale, prof. Shariff Julabbi, ha già dichiarato apertamente di voler comunque proseguire la jihad fino alla creazione di una patria musulmana (bangsamoro) indipendente. Il rischio è che, una volta raggiunta un'intesa tra il Milf storico e il governo, rispunti un nuovo movimento secessionista, magari più ridotto, ma ancor più irriducibile e determinato.

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