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  • » 25/03/2008, 00.00

    CINA - TIBET

    Intellettuali e dissidenti chiedono alla Cina di ripensare agli “errori” commessi in Tibet



    Scrittori, attivisti, avvocati, artisti spingono Pechino ad aprire un dialogo diretto con il Dalai Lama e domandano la piena libertà religiosa per il Tibet. La propaganda ufficiale – rozza come ai tempi della Rivoluzione culturale – aizza gli odi razziali.

    Pechino (AsiaNews) – Aprire un dialogo con il Dalai Lama; libero accesso in Tibet per media stranieri e per una Commissione Onu; farla finita con la retorica violenta stile “Rivoluzione culturale”: questi sono alcuni dei consigli che un gruppo di 29 intellettuali cinesi ha inviato al governo cinese per calmare la situazione in Tibet.

    I “12 consigli” sono contenuti in una lettera aperta diffusa sabato 22 marzo in molti siti internazionali. La lettera è firmata da importanti attivisti, come Liu Xiaobo e Ding Zilin, del gruppo delle Madri di Tiananmen (nella foto); scrittori come Wang Lixiong, un esperto di cultura tibetana; avvocati, giornalisti e artisti.

    La lettera è un segno importante di critica alla propaganda governativa che sulle violenze in Tibet cerca di unire sotto il manto del patriottismo la popolazione cinese. Secondo gli intellettuali, “la propaganda diffusa dai media ufficiali ha l’effetto di soffiare sull’odio razziale, rendendo ancora più difficile la situazione già molto tesa”. Nei giorni scorsi Pechino ha accusato il Dalai Lama di aver programmato le rivolte tibetane per un complotto contro le Olimpiadi. Il segretario del Partito comunista in Tibet ha definito il leader spirituale buddista “uno sciacallo travestito da monaco buddista, uno spirito malvagio con un volto umano e un cuore da bestia”.

    I firmatari fanno notare che le rivolte tibetane, a differenza di quelle degli anni ’80, hanno coinvolto più fasce sociali – non solo monaci – e più zone della Cina. Ciò mostra che da parte di Pechino “vi sono stati pesanti errori nel lavoro svolto verso il Tibet”.

    Notando l’atteggiamento di sfiducia della comunità internazionale verso la Cina, i 29 chiedono al governo di invitare una Commissione Onu per i diritti umani a verificare la meccanica degli incidenti e il numero delle vittime.

    Domandando la fine delle violenze da parte delle autorità e delle provocazioni da parte della popolazione tibetana, i firmatari urgono il governo cinese a lasciare visitare il Tibet da media nazionali e  internazionali, ad attuare la piena libertà religiosa e di espressione nella regione e a non usare vendette e violenze verso gli arrestati e i sospetti.

    Infine, il gruppo degli intellettuali chiede a Pechino di aprire un dialogo diretto con il Dalai Lama.

    Un'altra personalità della dissidenza, Bao Tong, ex segretario di Zhao Ziyang, commentando per Reuters l’appello dei 29 ha sottolineato che il Dalai Lama non è la fonte del problema tibetano, ma l’unico elemento che possa aiutare a trovare una soluzione. Egli è “l’unico leader tibetano da cui si possa sperare un accordo di riconciliazione fra tibetani e cinesi”.

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