23/09/2016, 14.08
IRAN
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Iran, la rivoluzione a due ruote delle donne contro la fatwa dell’ayatollah Khamenei

Attraverso l’hashtag #IranianWomenLoveCycling, sempre più donne pubblicano sui social foto e video a bordo di una bici. Una sfida aperta all’editto religioso della massima autorità sciita, secondo cui la bici mette in pericolo “la verginità” delle donne. Attivista iraniana: l’universo rosa è “il più importante agente di cambiamento”. 

Teheran (AsiaNews/Agenzie) - Sempre più donne in Iran hanno iniziato a postare foto sui social media, in cui sono ritratte in sella a una bici sfidando la fatwa (un editto religioso) emessa dal grande ayatollah Ali Khamenei, che proibisce loro di pedalare in pubblico. Per la massima autorità sciita infatti “andare in bici spesso attira l’attenzione degli uomini” ed espone la società “alla corruzione, mette in pericolo la verginità e bisogna rinunciarvi”.

In passato la Repubblica islamica era solita “tollerare” l’uso delle due ruote da parte dell’universo rosa, purché ciò avvenisse nel rispetto dei sentimenti e dei dettami della religione. Tuttavia, di recente sulla questione è intervenuto il grande ayatollah Khamenei, il quale ha sentenziato che le donne non possono andare in bici in pubblico o in presenza di stranieri. 

La campagna a favore delle due ruote ha iniziato a diffondersi nei primi mesi dell’anno, quando i promotori hanno lanciato i martedì come giornate “libere dalle auto”. Una iniziativa anche e soprattutto in chiave ecologica, con un appello a lasciare a casa la vettura privata nel tentativo di limitare l’inquinamento ambientale, un problema sempre più attuale anche in Iran. 

Ai martedì ecologici hanno da subito aderito anche le donne, attirando l’attenzione di alcuni leader religiosi - fra i più oltranzisti - della Repubblica islamica. Da qui la risposta attraverso la campagna in rete “Anche le donne in Iran amano andare in bicicletta”, coniando per l’occasione l’hashtag #IranianWomenLoveCycling.

Fra le tante pagine su Facebook vi è quella intitolata “My Stealthy Freedom” nella quale una madre e una figlia hanno postato un video in cui si mostrano mentre pedalano sulla pubblica via. Un filmato che ha superato in pochi giorni le 110mila visualizzazione e ha ottenuto migliaia di like dai vari internauti. 

A lanciare la campagna, alla quale hanno aderito migliaia di giovani e non in Iran, la giornalista con base a New York Masih Alinejad, che commenta: “[Le donne] mi hanno detto che non hanno alcuna intenzione di abbandonare l’iniziativa, perché ritengono che andare in bici sia un loro diritto innegabile”. È “vergognoso”, aggiunge, vedere “questo tipo di fatwa contro le donne nel 21mo secolo”, perché sono “un passo indietro” inaccettabile. Un gruppo di donne, racconta, “è stato arrestato” di recente per aver pedalato in pubblico; per poter essere rilasciate hanno dovuto firmare un documento in cui promettono che “non lo faranno più”. 

Per la reporter e attivista di origini iraniane le donne “vogliono essere sempre più parte attiva della società”, anche se i leader religiosi vivono questa legittima aspirazione come una “minaccia” perché “ai loro occhi le donne non devono farsi vedere né sentire, ma rimanere chiuse in cucina”. “Le donne - conclude Masih Alinejad - sono il più importante agente di cambiamento. E mentre muovono in direzione dell’uguaglianza, vediamo un tentativo di spinta all’indietro da parte della Repubblica islamica”. 

Per l’Iran è una nuova dimostrazione di battaglia - delle donne - in chiave moderna contro restrizioni e oscurantismi imposti in nome di una lettura retrograda e repressiva della religione islamica. Una lotta per i diritti che ha portato, di recente, alla possibilità per le donne di partecipare alle gare di motocross, competizione finora riservata solo agli uomini. 

Si tratta di libertà che in altri Paesi della regione non sono nemmeno immaginabile, se si pensa che - ad esempio - in Arabia Saudita alle donne non è nemmeno concesso di guidare, di uscire da sole di casa o di viaggiare all’estero. 

Nell’ottobre 2013 almeno 150 personalità islamiche, fra imam e dottori coranici, hanno organizzato manifestazioni di protesta per fermare la campagna delle donne saudite sul diritto a guidare l’auto. Sebbene non vi sia alcun divieto coranico, né legge che proibisca alle donne di guidare, nel regno non si emettono patenti di guida per le donne.

Se una donna è colta in flagrante al volante, subisce una pena di 10 frustate. Fra le poche che hanno voluto sfidare la norma, la coraggiosa campagna per la libertà di guida lanciata nel 2008 dall’attivista saudita Wajiha Huwaidar che ha inserito su YouTube un video mentre guidava. Le immagini hanno fatto il giro del mondo, ma nulla è cambiato nel regno ultraconservatore.

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