13/08/2019, 12.04
ISRAELE - FILIPPINE
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Israele rafforza i rimpatri per il predominio ebraico: espulsa migrante filippina e il figlio

Rosemarie Perez e il figlio 13enne Rohan, nato in Israele, rimpatriati dopo una breve battaglia legale. Il ragazzo non ha mai visto le Filippine. Una situazione analoga ad altre centinaia di lavoratori immigrati e che preoccupa la Chiesa. Mons. Marcuzzo: problema “gravissimo”, frutto delle politiche “di estrema destra” per diminuire la popolazione non ebraica. 

Gerusalemme (AsiaNews) - Nella notte si è conclusa, con esito negativo, la battaglia legale di una lavoratrice migrante di origini filippine e del figlio 13enne, nato in Israele, costretti a lasciare il Paese in seguito alla scadenza del permesso di soggiorno. La Corte suprema, dopo una prima - e provvisoria - sospensione del provvedimento, ha dato il via libera all’iter che ha portato all’espulsione di Rosemarie Perez e del figlio 13enne Rohan. Entrambi caricati a forza su un volo diretto a Bangkok, in Thailandia, per prendere poi la coincidenza in direzione di Manila. Verso una terra che il ragazzo non ha mai visto e che non considera come propria. 

Fonti locali riferiscono che Rosemarie e il figlio Rohan (nella foto) sono stati imbarcati a bordo di un aereo, accompagnati da una guardia di sicurezza. Una precauzione in più adottata dalle autorità israeliane, dopo che il giorno precedente la donna aveva promosso una protesta a bordo del velivolo (diretto a Hong Kong) e che aveva spinto i responsabili dell’aeroporto internazionale Ben Gurion di Tel Aviv a procedere allo sbarco, trattenendoli in una sala dello scalo. 

La scorsa settimana i funzionari dell’immigrazione avevano ordinato l’arresto dei due, perché il permesso di soggiorno della madre era scaduto da tempo. Sabine Haddad, portavoce dell’autorità per l’immigrazione, precisa che “ha vissuto per 10 anni [sui 20 in totale in Israele, ndr] in condizioni di illegalità”. 

Interpellato da AsiaNews mons. Giacinto-Boulos Marcuzzo, vescovo ausiliare e vicario patriarcale di Gerusalemme, parla di problema “gravissimo” al quale la Chiesa guarda “con preoccupazione”. Non è “accettabile”, aggiunge, che queste persone “vengano cacciate via ed è fondamentale cambiare la legge” che consente le espulsioni. Queste persone, prosegue, “non costituiscono alcun pericolo per la sicurezza e moltissime persone, fra gli stessi israeliani, sono contrari. Ma la voce del più forte comanda e prevalgono le politiche di questa destra” che rientra “in uno schema più generale” che mira a “diminuire la popolazione non ebraica. Per questo noi sacerdoti e religiosi stranieri non rappresentiamo un pericolo, perché non facciamo figli” al contrario “delle famiglie immigrate, ancorché pacifiche”. 

Quello della famiglia filippina è il primo rimpatrio forzato - nel contesto di una serie di arresti che ha portato al fermo di un centinaio di lavoratori stranieri - che coinvolge anche un giovane in età scolare, oltretutto nato in Israele e che parla solo l’ebraico. Il ragazzo studia alla Bialik Rogozin School di Tel Aviv e avrebbe dovuto iniziare a breve l’ottavo anno.

Rosemarie Perez era arrivata dalle Filippine nel 2000 e aveva lavorato come badante. Sette anni più tardi la morte del datore di lavoro e la scelta di restare - in via illegale - in Medio oriente, svolgendo vari lavori. Dietro la scelta, il fatto che nelle Filippine non aveva familiari ad attenderla; il padre del bambino, un cittadino turco, aveva scelto di tornare nel Paese di origine abbandonandoli. 

L’Autorità israeliana per l’immigrazione e la popolazione, parte del ministeri degli Interni, intende proseguire la campagna di arresti ed espulsioni, che coinvolge in primis la comunità migrante filippina. Per gli avvocati della famiglia è “inaccettabile” cacciare un ragazzino nato e cresciuto sul territorio e la cui madre da 20 anni vive e lavora nel Paese. 

Una scelta criticata con forza anche dai capi della Chiesa cattolica locale, che esprimono “grande preoccupazione” per le politiche di espulsione attuate dal governo, sottolineando che “è impossibile ignorare le particolari circostanze di queste donne e bambini, nati in Israele”. Nel documento, sottoscritto fra gli altri dall’amministratore apostolico del Patriarcato latino mons. Pierbattista Pizzaballa, dall’arcivescovo greco-melkita Yousef Matta e dal maronita di Haifa Moussa el-Hage, si ricorda che la stessa società israeliana “aveva bisogno” di loro. Queste persone hanno ricoperto funzioni “essenziali” in materia di assistenza e in “condizioni difficili” con anziani, malati cronici o per la pulizia di case ed edifici. Per il rispetto di questi bambini, scrivono i capi cristiani, non è possibile prevedere che “possano continuare a vivere in questa terra in cui sono nati?”. 

Fra quanti rischiano l’espulsione vi sono anche due sorelle di Tel Aviv, chiamate Sivan Noel e Michal, di 11 e 9 anni, che non hanno mai messo piede nel Paese di origine dei genitori. “Sono nata qui” in Israele, afferma Sivan “ed è ingiusto che dopo esserci nata, avere una famiglia, amici, scuola e studi, ci dicano… dovete andarvene verso un luogo che conosciamo a malapena”. All’epoca la madre non ha voluto separarsi dalle figlie appena nate, preferendo tenerle con sé seppure in condizioni di illegalità. 

Secondo la legge, infatti, una lavoratrice migrante straniera incinta deve spedire il figlio nel Paese di origine una volta nato, come condizione per ottenere il rinnovo del visto. Tuttavia, molte madri si rifiutano di farlo e vivono in condizioni di illegalità, spesso effettuando lavori umili e in condizioni di semi-sfruttamento. Ad oggi in Israele vi sono almeno 60mila badanti straniere, la maggior parte donne, la metà delle quali provenienti dalle Filippine, seguite poi da Nepal (15%), India, Sri Lanka e Moldavia (10% circa ciascuno). La parte rimanente è originaria dell’est Europa. 

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