07/12/2012, 00.00
ISLAM – INDONESIA
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Java, Islam radicale a favore delle mutilazioni genitali femminili

di Mathias Hariyadi
La circoncisione si concentra in particolare nelle aree rurali e più remote dell’isola di Java. Finora senza risultato le campagne di attivisti, che denunciano il pericolo di infezioni e la violenza insita nella pratica. La diatriba interna al mondo musulmano, sull’obbligatorietà (o meno) del rito. Una battaglia civile, sostenuta da oltre 400 ong.

Jakarta (AsiaNews) - Nelle aree rurali e più remote dell'Indonesia, in particolare sull'isola di Java, la circoncisione femminile è ancora oggi una pratica tradizionale e diffusa. Sebbene non sia una norma imposta in maniera rigida dai precetti dell'islam, nella nazione musulmana più popolosa al mondo essa resiste grazie anche al parere favorevole di un ampio settore della società, riconducibile peraltro alla frangia più estremista e integrale. Negli anni attivisti e politici hanno lanciato campagne e appelli, nel tentativo di sradicare l'usanza popolare, che mette prima di tutto a rischio la salute fisica di ragazze e bambine. Tuttavia, gli sforzi per arginare il "tetesan" - come viene chiamato nel Paese - sono risultati finora vani in una guerra che viene combattuta su "due fronti" diversi: a livello governativo e sul piano puramente religioso.

Insigni esperti di legge islamica indonesiani, interpellati da AsiaNews, bollano come "dannosa" la pratica della circoncisione femminile, anche se persiste il confronto - che in molti casi sfocia nello scontro - fra gli estremisti fuqaha e i leader dei movimenti musulmani moderati. Con i primi a favore delle mutilazioni, mentre i secondi impegnati in campagne di sensibilizzazione per mettere al parola fine al fenomeno.

La fazione che sostiene il tetesan, spiega l'intellettuale musulmano Sumanto Al Qurtuby, è riconducibile alle comunità salafita e wahabita, che assieme ad altri gruppi fondamentalisti si concentrano a Bandung e Aceh. Essi ritengono che la circoncisione sia "moralmente" incentivata dalla Sharia, la legge islamica, e ribadita negli hadit, gli aneddoti riferiti alla vita del profeta Maometto. Tuttavia, aggiunge l'esperto, la pratica è sì "suggerita" ma non è certo "obbligatoria" e non vi sono basi morali e di diritto islamico affinché essa debba essere perpetrata. Vi sono infatti sei diverse stesure degli hadit - meglio note come "Kutub as-Sittah" - e solo una di queste "invita a" diffondere la circoncisione femminile.

Insieme alla questione morale, vi  è anche un aspetto sanitario e personale, intimo della donna. La mutilazione femminile, infatti, comporta la perdita del piacere sessuale e spesso viene praticata in contesti per nulla sterili, nei quali è evidente il rischio di infezioni o conseguenze post-operatorie. Per questo attivisti per i diritti umani, cittadini e un'ampia fetta della società civile si sono battuti perché  tale pratica - soprattutto nelle zone rurali - potesse finire. Un atto, spiegano, che è "pericoloso" e "contrario alla salute".

Anche chi scrive in gioventù, all'età di circa otto anni, ha assistito in prima persona alla circoncisione praticata su una ragazzina, costretta a forza dai genitori (musulmani) a sottostare al "rituale islamico". Piuttosto che compierlo in una stanza privata, e sterilizzata, con strumenti adeguati - per quanto mi sembra di ricordare - l'atto di clitoridectomia è stato compiuto all'aria aperta, con i piedi che poggiavano a terra, mentre la parte dell'organo genitale veniva asportata con una lametta da barba. In un attimo la ragazzina ha cominciato ad urlare per il dolore, un rivolo di sangue colava dalla ferita. Al termine del rito, ricordo che la famiglia ha offerto una sorta di festa del "ringraziamento" ai vicini, per aver preso parte al "rituale islamico".

Una indagine demoscopica compiuta dal governo nel 2003 ha confermato che la pratica della mutilazione genitale femminile è ancora assai diffusa nelle aree rurali. Nel 2006 il ministero della Sanità ha tentato di intervenire per arginare il fenomeno, senza ottenere risultati sostanziali riguardo a quella che viene definita da più fronti, soprattutto fra i movimenti dell'attivismo femminile, un "esempio di violenza domestica". In tutta l'Indonesia sono sorte almeno 400 organizzazioni non governative che si battono contro la pratica. I movimenti, all'unisono, ricordano che Jakarta è fra i firmatari della Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne (Cedaw Convention) ed è chiamata a compiere ogni sforzo per ridurne l'impatto sociale.  

 

 

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