14/06/2013, 00.00
INDONESIA
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Java centrale: fatwa contro le scuole cattoliche, "proibite” ai musulmani

di Mathias Hariyadi
Il Consiglio degli Ulema di Tegal, con una dichiarazione “controversa”, ha definito “non buoni sul piano morale, haram” gli istituti. Politica e amministrazioni alimentano la diatriba per tornaconto elettorale. Ma le famiglie degli studenti (musulmani) difendono le scuole e rivendicano il diritto di libera scelta in materia di educazione.

Jakarta (AsiaNews) - Il potente Consiglio degli Ulema indonesiani (Mui) del distretto di Tegal, nella provincia dello Java centrale, si scaglia contro le scuole cattoliche con una fatwa "controversa" che ha già scatenato reazioni e proteste. I leader religiosi hanno dichiarato gli istituti - apprezzati per la qualità dell'insegnamento e frequentati anche da moltissimi non cristiani - "haram" e "non buoni sul piano della morale" per i giovani studenti di fede musulmana. In Indonesia, nazione musulmana più popolosa al mondo dove i cattolici sono una piccolissima ma significativa presenza, si apre così un nuovo fronte di scontro che vede protagonisti i membri del Mui, dopo i recenti attacchi al concorso di Miss Mondo. Una posizione durissima che colpisce le scuole, già nei mesi scorsi nel mirino delle frange estremiste islamiche e di amministrazioni locali con minacce di chiusure, poi rientrate.

Il Mui interviene spesso in materie inerenti la conformità di un comportamento verso i dettami dell'islam, come ad esempio nei casi di macellazione della carne o nei costumi. Tuttavia, in questo caso la motivazione alla base della presa di posizione degli Ulema è di natura "politica". Il loro intervento segue infatti gli appelli lanciati dalle autorità locali, volti a ottenere l'insegnamento della religione musulmana nelle scuole cattoliche agli studenti non cristiani.

Harun Abdi Manaf, capo del Mui di Tegal, ha spiegato che il consiglio "ha discusso a lungo" e "ad aprile è stata presa la decisione" di emettere una "fatwa rivolta ai genitori [di bambini musulmani] dicendo loro di non mandare i figli nelle scuole cattoliche". Egli ha fatto poi esplicito riferimento agli istituti cattolici di Tegal e Pemalang, a rischio chiusura già nei mesi scorsi perché si sono opposte al decreto ingiuntivo che le obbligava all'insegnamento dell'islam.

A difesa delle due scuole - oltre al vescovo di Purwokerto mons. Julianus Sunarko - sono scese in campo persino famiglie musulmane, difendendo il diritto allo studio e la qualità dell'insegnamento. Nel Paese, infatti, gli istituti gestiti da suore, preti e laici in molti casi rappresentano eccellenze ambite anche dai non cristiani. Di contro, le autorità vogliono in tutti i modi ottenere una forma (anche minima) di controllo; la diatriba sull'introduzione dell'islam, infine, diventa anche un cavallo di battaglia politico ed elettorale, per conquistare i voti degli islamisti.

In questi anni, le autorità indonesiane hanno ceduto più volte di fronte alle pressioni del Mui. Ad Aceh, regione in cui governano i radicali islamici, le donne non possono indossare pantaloni attillati o minigonne. Nel marzo 2011 il Mui si è scagliato contro l'alzabandiera "perché Maometto non lo ha mai fatto"; prima ancora aveva lanciato anatemi contro Facebook perché "amorale", contro lo yoga, il fumo e il diritto di voto, in particolare alle donne.

 

 

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