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» 02/11/2007 13:28
MEDIO ORIENTE
L’Arabia Saudita torna a mettere in dubbio la sua presenza ad Annapolis
Riyadh cerca di far pressione sugli Stati Uniti perché costringano Israele ad accettare che nella conferenza di pace in Medio Oriente si affrontino concretamente le questioni fondamentali: confini dello Stato palestinese, Gerusalemme, ritorno dei profughi.

Beirut (AsiaNews) – L’Arabia Saudita torna a fare pressione sugli Stati Uniti perché ottengano concessioni dagli israeliani nella conferenza sul Medio Oriente, che dovrebbe svolgersi questo mese ad Annapolis, negli Usa, mettendo in dubbio la sua partecipazione all’incontro voluto dal presidente George Bush.
 
Ieri è stato il ministro degli Esteri saudita Saud al-Faisal che, al termine della sua visita a Londra, ha sostenuto, come riporta il Guardian, che la normalizzazione tra il mondo arabo ed Israele “non è solo l’assenza di guerra”. “Vogliamo – ha detto riferendosi alla conferenza - un incontro che sia coronato dal successo. Per essere coronato dal successo deve trattare i principali problemi per la pace in Medio Oriente: Gerusalemme, i confini, il ritorno dei palestinesi”.
 
Il problema, afferma oggi un editoriale dell’ufficioso Arab News, “è se l’amministrazione degli Stati Uniti è sincera nel volere un giusto e comprensivo accordo in Medio Oriente” o se l’obiettivo non è quello di “avere il pieno appoggio arabo nel confronto con le ambizioni nucleari iraniane”.
 
“I leader arabi, il sostegno dei quali è fondamentale per portare la pace nella regione –prosegue l’articolo - sono scettici sugli esiti di una conferenza che non ha uno specifico programma sui punti chiave di rifugiati, confini e Gerusalemme. In apparenza, il presidente Bush vuole cogliere l’occasione di un grande spettacolo condotto dai leader mondiali dei Paesi del G8, le Nazioni Unite, il Quartetto e gli Stati arabi solo per firmare un accordo vuoto”. “Sembra che il presidente Bush non voglia la conferenza fallisca quella che egli considera un’opportunità per mascherare i suoi insuccessi su tutti gli altri fronti” e applichi le “massime pressioni” sul presidente palestinese Mahmoud Abbas, perché sia presente.
 
“I Paesi arabi – conclude l’editoriale – debbono insistere che vogliono prendere parte alla conferenza solo se è un passo serio per arrivare ad una pace reale. Altrimenti, la loro presenza servirebbe solo a rinforzare lo schema di Israele di prolungare il conflitto, con l’esplicito sostegno degli Stati Uniti. La loro partecipazione, allora, sarebbe dannosa per i loro stessi interessi nel lungo periodo. Gli obiettivi della conferenza su un maggior aiuto finanziario per la ricostruzione dell’economia palestinese e di rafforzare la polizia in Cisgiordania sarebbero una perdita di tempo. Equivarrebbe a facilitare l’impossessamento israeliano di altri territori palestinesi. Gli sforzi della Rice”, che sta girando i Paesi arabi per convincerli ad andare ad Annapolis, “saranno coronati dal successo solo se Washington vorrà riconoscere i legittimi diritti degli arabi”.
 
E proprio oggi, l’israeliano Haaretz attribuisce a funzionari israeliani l’aver negato l’esistenza di una commissione tripartita – composta di israeliani, palestinesi ed americani – che dovrebbe aver avuto l’obiettivo di avviare la prima tappa di un piano per una road map di pace. Della commissione aveva parlato il primo ministro palestinese Salam Fayad, ma, secondo gli israeliani, dell’organismo si era parato nel corso dell’ultima visita del consigliere Usa per la Sicurezza Stephen Hadley, ma senza precisarne composizione né obiettivi. (PD)

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