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» 29/01/2009 16:57
IRAQ
L’Iraq al voto, fra timori e fragili speranze di democrazia
Il 31 gennaio 15 milioni di iracheni attesi alle urne per il rinnovo dei consigli provinciali. Agenti della sicurezza, carcerati e disabili hanno votato ieri. Fra i partiti, in calo gli slogan che si rifanno all’islamismo, a vantaggio dell’indipendenza e del buon governo. Una parte dell’elettorato teme la dispersione del voto.

Baghdad (AsiaNews/Agenzie) – Le elezioni provinciali in Iraq, in programma il 31 gennaio, costituiscono il primo banco di prova per il fragile processo di democratizzazione del Paese. Alle urne gli elettori di 14 delle 18 province irachene, per un totale di circa 15 milioni di votanti. Essi dovranno scegliere fra più di 14mila candidati, espressioni di oltre 400 partiti o movimenti, i quali si contenderanno i 440 seggi disponibili. Sono escluse dalla tornata elettorale le tre province autonome curde e la città di Kirkuk, nel nord del Paese. La campagna elettorale si concluderà questa sera, quando inizierà il “periodo di riflessione” in attesa del voto.

Alcune categorie speciali, fra cui disabili, detenuti per reati minori, militari e agenti di polizia chiamati a vigilare sulla sicurezza – circa 614mila – hanno già votato ieri nei 1677 seggi allestiti dalla commissione elettorale. Le elezioni per il rinnovo dei consigli provinciali presentano aspetti peculiari che le differenziano dalle elezioni politiche del 2005, nella preparazione della legge che regolerà il voto e nel quadro di partiti e movimenti che si contendono la vittoria. Nel 2005 la commissione elettorale (Ihec) ha avuto a disposizione oltre otto mesi per approntare tutte le operazioni di voto; per le provinciali del 2009, invece, il parlamento ha approvato la normativa che ne regola lo svolgimento solo nel settembre scorso e la pubblicazione ufficiale è avvenuta a metà ottobre. L’iter di registrazione dei votanti è stato riaperto due volte e, alla fine, la commissione ha sancito i diritto di voto a tutti i cittadini maggiorenni, invece dei 4,6 milioni che si erano registrati in precedenza. Imponente l’apparato di sicurezza predisposto a garantire la regolarità del voto per prevenire incidenti, attentati ma soprattutto possibili brogli elettorali al momento dello spoglio delle schede.

Ma l’aspetto più significativo rispetto alle elezioni del 2005 è il cambiamento nel quadro politico che si respira nel Paese, in cui emergono una diminuzione del carattere settario e confessionale dei partiti in lizza e una maggiore partecipazione delle varie etnie che costituiscono la nazione, a partire dalla fazione sunnita che ha boicottato il voto precedente. Secondo un recente rapporto pubblicato dall’International Crisis Group (Icg) queste elezioni potrebbero significare un vero “passo in avanti verso la pace”; il carattere “confessionale” dei partiti è stato sostituito da principi ispirati al “nazionalismo” e al “buon governo”. Lo schieramento sunnita, messo da parte il sostegno alla resistenza armata, ha fondato l’Awakening Councils con il quale cerca di conquistare un posti di rilievo all’interno dello scenario politico nazionale. Analogo discorso vale per i radicali sciiti legati a Moqtada al Sadr, che hanno spostato il piano della lotta dalla resistenza armata alla politica.

Secondo la commissione elettorale più del 75% dei partiti o movimenti presenti oggi non esistevano nel 2005: alcuni di questi sono nati sulle ceneri di precedenti fazioni politiche , ma solo 20 su 400 hanno voluto enfatizzare il carattere “islamista”, mentre il nome più ricorrente è “indipendente”, che appare in 71 liste. A seguire i termini che si rifanno al nazionalismo – varianti di Iraq o iracheno – che appaiono per 69 volte.

La scelta dei nomi nelle liste e nei partiti è una cartina di tornasole della volontà del popolo irakeno, che sembra non gradire i movimenti religiosi che hanno ostacolato il lavoro del governo in questi quattro anni. Va però precisato che molti partiti, i quali promuovono slogan legati al “nazionalismo” e alla “indipendenza”, sono in realtà composti da esponenti legati a movimenti islamici, che potrebbero creare ancora ostacoli al cammino di democratizzazione del Paese.

Altro elemento da tenere in considerazione è la delusione della popolazione, insoddisfatta dei progressi in termini di sicurezza ed economia nazionale. Da qui il ripensamento da parte di molti partiti degli slogan e dei messaggi lanciati in campagna elettorale. “Avendo di fronte – prosegue il rapporto di Icg – un elettorato disilluso dalla cattiva amministrazione e dall’alto livello di corruzione, i partiti si sono dovuti adattare. Essi brandiscono slogan che inneggiano al patriottismo, ad una politica pulita, e al buon funzionamento dei servizi per il cittadino”.

Va infine sottolineato il sistema adottato per la tornata elettorale, che assegna 25 seggi per ogni consiglio provinciale più un seggio addizionale ogni 200mila elettori di un governatorato. A differenza delle elezioni del 2005 è stato adottato un sistema a lista aperta, grazie al quale per la prima volta gli iracheni potranno esprimere preferenze sia per il partito, sia per il singolo candidato.

È prevista anche una soglia minima di voti che va superata per la conquista di un seggio; nel caso in cui un partito o un candidato non raggiungano la soglia minima richiesta, i voti vengono ridistribuiti fra gli altri partiti. Questo sistema potrebbe quindi avvantaggiare le correnti maggiori, che beneficeranno di un surplus di voti e scontentare una fetta dell’elettorato, la cui scelta potrebbe “disperdersi” o andare a vantaggio di altri schieramenti più consistenti.


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