11/11/2019, 09.50
TAGIKISTAN - AFGHANISTAN
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L’Isis all’attacco del Tagikistan

di Vladimir Rozanskij

Non è molto chiaro come si sia sviluppata l’azione dei jihadisti, che ha provocato cinque vittime: i terroristi sarebbero arrivati dal territorio afghano. Il 6 novembre, giorno dell'assalto, ha consacrato anche i 25 anni al potere del presidente Emomali Rakhmon, che ha sempre tenuto il Paese in una forma molto rigida di separazione dai vicini e di isolazionismo a livello internazionale.

Dushanbe (AsiaNews) – L'attacco dei militanti dell'Isis in territorio tagiko apre nuove rotte per il terrorismo islamico. La notte tra il 5 e il 6 novembre un gruppo di 20 militanti dell’Isis in maschera ha attaccato un posto di controllo alla frontiera a Ishkobod, nel distretto Rudaki, ai confini tra il Tagikistan e l’Uzbekistan.

Come riferisce Radio Svoboda, nello scontro sono morti cinque esponenti delle forze dell’ordine tagike (all’inizio si era parlato solo di due) e 15 miliziani. Secondo le autorità tagike, sarebbero stati catturati cinque assalitori e distrutti quattro loro veicoli. L’attacco è avvenuto nel Giorno della Costituzione, festa nazionale in Tagikistan.

Il 10 novembre si sono svolti i funerali delle guardie di frontiera cadute nello scontro. Il 29enne Dilovar Tolibov è stato sepolto nella città natale di Kanibadam, alla presenza dei rappresentanti dell’amministrazione cittadina. Il soldato semplice Khafis Khasanov, che aveva iniziato il servizio militare la scorsa primavera, è stato tumulato nel villaggio di Farob, nella provincia di Pendzhikenst, con la partecipazione di tutto il consiglio agricolo della zona. Il padre di Khafis, Abu Bakr Latinov, ha detto ai giornalisti di aver sostenuto l’impegno militare del figlio, “per dovere nei confronti della madrepatria: per il resto è Allah che decide i nostri destini”.

Ad oggi non è molto chiaro come si sia sviluppata l’azione dei jihadisti, che sarebbero arrivati dal territorio afghano, anche se il ministero della difesa dell’Afghanistan ha smentito tale informazione. Le autorità tagike, dopo le prime comunicazioni, mantengono il riserbo nei confronti della stampa sull’accaduto.

La festa del 6 novembre aveva consacrato anche i 25 anni al potere del presidente Emomali Rakhmon, che ha sempre tenuto il Paese in una forma molto rigida di separazione dai vicini e di isolazionismo a livello internazionale. Il titolo ufficiale di Rakhmon suona come il “fondatore della pace e dell’unità nazionale, Leader della nazione”.

In effetti, il suo avvento al potere significò la fine del sanguinario conflitto interno, anche se il quarto di secolo trascorso non ha portato alcuno sviluppo del Paese, che come tenore di vita rimane al di sotto dello stesso Afghanistan; la nazione è al più basso livello di tutte le ex-repubbliche sovietiche, secondo tutti i parametri sociali ed economici. Questo causa anche una forte emigrazione in Russia, dove i tagiki sono spesso la più bassa manovalanza a buon mercato per ogni tipo di lavoro.

Il giubileo dei giorni scorsi è stato accompagnato dalla cosiddetta “amnistia d’oro”, che avrebbe messo in libertà oltre 20mila persone, a partire dalle donne, dai minorenni e dai maggiori di 55 anni, esclusi gli avversari politici del regime. Sono rimasti dietro le sbarre, ad esempio, il giornalista settantenne Khikmatullo Sajfullozoda, il leader del partito democratico Makhmadruzi Iskandarov (65 anni) e i politici d’opposizione Zubajdullo Rozik (73 anni), Rakhmatullo Radzhab, Makhmadali Khait e molti altri, tutti oltre i 60 anni.

Il presidente governa grazie anche alla cooptazione di molti membri della sua grande famiglia, a cui storicamente si oppongono altre famiglie locali in un’antica guerra di clan, nella quale tendono a inserirsi vari gruppi di terroristi islamici. Egli sta cercando negli ultimi tempi di uscire dall’isolamento, anche con viaggi in Europa, in previsione delle elezioni presidenziali del 2020 in cui egli intende presentarsi come “leader democratico” e ottenere la consacrazione come il più longevo dei presidenti al mondo (attualmente è quinto, dopo alcuni leader africani, a pari merito col presidente bielorusso Aleksandr Lukashenko). Sempre che i terroristi non riescano a rompergli le uova nel paniere.

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