10/12/2015, 00.00
ONU – CINA
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L’Onu contro Pechino: Basta torture e prigioni segrete. Un appello per Liu Xiaobo

La Commissione contro la tortura delle Nazioni Unite chiede la fine della campagna contro attivisti e avvocati, la chiusura delle “prigioni nere” illegali e dà alla Cina un anno per “fare progressi seri” nell’applicazione della Convenzione contro la violenza in prigione. Dei 200 legali arrestati dal luglio 2015, almeno 25 sono ancora nelle mani del governo. Scrittori di fama internazionale per la liberazione del Nobel Liu Xiaobo.

Pechino (AsiaNews) – Il governo cinese deve porre un freno alla “pratica diffusa di torturare i prigionieri”, deve interrompere la campagna contro attivisti e avvocati per i diritti umani e deve chiudere subito le “prigioni nere” illegali. Lo chiede la Commissione contro la tortura delle Nazioni Unite, che dà all’esecutivo di Pechino un anno di tempo per fare “progressi seri” nell’applicazione della Convenzione Onu contro gli abusi in carcere.

Le richieste sono contenute in un rapporto, presentato dalle Nazioni Unite dopo l’incontro dei membri della Commissione con alcuni rappresentanti cinesi. Nel testo si legge che l’organismo Onu “rimane seriamente preoccupato per le numerose e credibili testimonianze di torture e violenze nel sistema giudiziario penale del Paese, che ancora si basa sulle confessioni [estorte con la forza ndr] per emettere le proprie condanne”.

La Commissione, composta da 10 esperti internazionali e indipendenti, punta il dito anche contro la campagna di arresti lanciata lo scorso luglio 2015 nei confronti di avvocati e attivisti per i diritti umani. Oltre 200 dissidenti sono stati fermati nel corso dei raid, e di questi “almeno 25 rimangono ancora in detenzione”. Preoccupano inoltre le “morti troppo numerose” che avvengono sotto la custodia della polizia.

Quando uno dei funzionari Onu ha chiesto di eliminare le sedie da interrogatorio, spesso usate come strumento di violenza contro i detenuti, la delegazione cinese ha risposto che queste “sono necessarie per evitare che i prigionieri si feriscano da soli”. Inoltre i rappresentanti di Pechino hanno negato l’esistenza delle “prigioni nere”, stanze private spesso usate dalla polizia per far sparire dissidenti e attivisti anti-governativi.

Fra le vittime “eccellenti” del sistema carcerario cinese vi è anche Liu Xiaobo, scrittore dissidente e Premio Nobel per la pace, in carcere dal 2008. L’intellettuale ha composto un documento, “Carta 08”, in cui si chiede una svolta democratica per la Cina. Il testo è stato firmato da migliaia di persone, intellettuali e semplici cittadini. Per questo, nel 2008 è stato arrestato con l’accusa di “incitare alla sovversione del potere statale”. Nel 2009 è stato condannato a 11 anni di galera e, nell’ottobre del 2010, ha vinto il Nobel.

Nell’anniversario del suo arresto, un gruppo di intellettuali e di scrittori di livello internazionale ha presentato un appello per la sua liberazione. Fra i firmatari vi sono Margaret Atwood, Ian Rankin, Hanan Al-Shaykh, Elif Shafak e molti altri. Oltre a chiedere libertà per Liu, “una delle più importanti voci critiche della Cina messa a tacere”, l’appello sottolinea anche l’ingiusta carcerazione domiciliare della moglie Liu Xia: “Si tratta di una punizione per il lavoro del marito, ingiusta e senza alcuna base legale”. 

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