07/03/2011, 00.00
CINA
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L’aumento del greggio costringerà Pechino ad attuare più giustizia sociale

Il noto economista Andy Xie ritiene che le proteste del Nord Africa e l’aumento del costo del greggio causino gravi effetti sull’economia cinese, già in difficoltà. Per impedire sommosse, Pechino deve tutelare le esigenze delle classi minute, piuttosto che delle grandi aziende statali.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Le proteste dell’Africa del Nord e il conseguente forte aumento del prezzo del petrolio creano forti difficoltà alla Cina, in continua ricerca di energia a costo contenuto. Il Paese è affamato d’energia, per il suo sviluppo ma anche per le esigenze di 1,3 miliardi di persone, e la produce per i due terzi con centrali alimentate a carbone, costose, inquinanti e poco efficienti. Pechino produce la metà del carbone mondiale ma non le basta e ne importa quantità sempre maggiori, con crescenti problemi per il trasporto. Esperti ritengono che le quantità di carbone prodotto e importato non potranno aumentare in modo proporzionale all’aumento del fabbisogno energetico.

La prima alternativa al carbone è il petrolio: nel 2011 l’importazione cinese di greggio e carburante si stima arriverà a 6 milioni di barili al giorno, circa 4 volte di più che un decennio fa. Si prevede che per il 2020 importerà 16 milioni di barili al giorno, rispetto ai 13 milioni degli Stati Uniti.

Il Medio Oriente copre il 37% della produzione mondiale di petrolio e ha circa il 62% dei giacimenti conosciuti. Le rivolte in Nord Africa e in alcuni Paesi del Medio Oriente hanno già portato aumenti nel prezzo del petrolio: oggi sui mercati asiatici c'è stato un altro balzo fino a 106 dollari al barile, mentre il brent ha superato i 117 dollari. Si prevede che gli aumenti proseguiranno, aumentando l’incertezza nell’approvvigionamento e i costi.

Questi aumenti colpiscono un’economia mondiale già stagnante, al punto che le banche di tutto il mondo tengono basso il costo del denaro per favorire gli investimenti.

Il noto economista Andy Xie, in un intervento sul quotidiano South China Morning Post, ritiene alto per la Cina il rischio di stagflazione, con una diminuzione della crescita economica e aumenti dell’inflazione. Anche perché l’aumento del costo dell’energia porterà a minori consumi mondiali, come pure ad aumenti del costo di produzione delle merci cinesi e conseguente diminuzione delle esportazioni.

L’economia cinese, sebbene Pechino da anni dica di voler puntare sull’aumento dei consumi interni, dipende ancora dall’esportazione e dagli investimenti esteri. Inoltre il governo ha difficoltà a controllare la crescente inflazione e il costo dell’energia rischia di accelerarla, con rischi di disordini sociali.

La Cina ha prodotto decine di milioni di diplomati e laureati, che il mondo del lavoro non riesce ad assorbire. Inoltre i redditi crescono meno dell’inflazione che ne erode il potere d’acquisto: nelle grandi città un appartamento costa oltre 20 volte un  reddito annuale medio.

Xie ritiene che Pechino, se vuole evitare gravi proteste, deve agire con rapidità e fermezza per eliminare ingiustizie e disuguaglianze sociali, con 3 semplici mosse.

Primo: ridurre, almeno del 25%, le imposte sui redditi individuali e delle società. Infatti oggi le imposte colpiscono la massa dei cittadini normali e sono aggirate dai ricchi dirigenti di aziende che denunciano bassi redditi e imputano le spese alle ditte. Le alte imposte divaricano il Paese tra una ristretta classe di super-ricchi e una vasta sottoclasse di dipendenti e funzionari.

Secondo: occorre preservare i risparmi personali, anche riconoscendo adeguati interessi per i depositi bancari. Oltre 200 milioni di migranti hanno lavorato senza sosta per risparmiare per l’istruzione dei figli. Ora vedono i sudati risparmi mangiati dall’inflazione, nell’indifferenza del governo.

Terzo: occorre drenare la bolla speculativa del settore immobiliare, tradizionale bene-rifugio della popolazione. La diffusa speculazione, anche e soprattutto da parte di aziende pubbliche, ha fatto salire i prezzi degli immobili nelle grandi città, al di là delle possibilità dei cittadini normali. Per fermare la speculazione occorrono misure drastiche, come una tassa del 90% del prezzo sulle vendite immobiliari. Questo eliminerà gli speculatori e farà presto abbassare i prezzi.

“La speculazione immobiliare – ritiene Xie – è forse la maggior minaccia alla stabilità della Cina. Il governo centrale deve adottare una politica che elimini questo rischio”.

“Troppo a lungo – conclude – la politica della Cina ha dato troppa attenzione agli interessi particolari di gruppi e troppo poca alle esigenze dei lavoratori. Se questo non cambia, la stabilità del Paese è a rischio. Qualsiasi politica si persegua, i funzionari di massimo livello devono chiedersi per prima cosa se prendono dalla popolazione, o danno al popolo”.

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