25/02/2009, 00.00
TIBET - CINA
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L’esercito cinese vigila l’alba di un mesto Nuovo Anno tibetano

I tibetani celebrano il nuovo anno con preghiere e silenzio. Decine di migliaia di soldati presidiano le città e rimane alto il rischio di incidenti. Il Dalai Lama invita alla pazienza, mentre i dirigenti comunisti celebrano discutibili successi economici.

Dharamsala (AsiaNews/Agenzie) – Il Nuovo Anno Lunare (Losar), scoccato alla mezzanotte del 24, è stato accolto dai tibetani  nel silenzio e nel ricordo delle molte vittime della repressione cinese. Ma la tensione rimane alta e il Dalai Lama invita il suo popolo a non accettare provocazioni.

I tibetani non hanno festeggiato il Losar, la loro festa più sentita, per protesta contro la repressione cinese. Pechino ha ordinato di organizzare comunque i festeggiamenti, ha chiuso le frontiere agli stranieri,  ha schierato decine di migliaia di soldati nelle città, ha stroncato con pestaggi e carcere ogni minima protesta. Nella città di Labrang (nella foto) le autorità di recente hanno spesso ripetuto sui media che non sarebbero state responsabili per arresti o uccisioni avvenuti durante proteste. Pechino ha anche “chiesto” al Nepal, dove ci sono 20mila esuli tibetani, di impedire proteste anticinesi.

Lhadon Tethong, direttore esecutivo di Studenti per un Tibet libero, grida al successo: nonostante lo schieramento di truppe “nel tentativo di forzare i tibetani a festeggiare contro la loro volontà il nuovo anno, loro sono rimasti fermi, nonostante il grande rischio personale”.

La televisione di Stato ha riportato spettacoli con le tradizionali danze tibetane di fronte a folle plaudenti. Ma fonti locali riferiscono che Lhasa quest’anno è rimasta deserta. Davanti ai templi di Jokhang e Ramoche, dove sono nate le proteste del marzo 2008, non c’erano pellegrini ma file di soldati schierati. Nella città di Tongren (Qinghai) un continuo flusso di persone si è recato al monastero per fare offerte e pregare per le loro vittime.

La tensione rimane comunque alta perché a marzo ricorrono i 50 anni della rivolta anticinese e della fuga in esilio del Dalai Lama, come pure l’anniversario della sanguinosa repressione per le proteste di piazza esplose il 14 marzo 2008.

Sul sito web del governo tibetano in esilio, il Dalai Lama ha denunciato il tentativo delle autorità cinesi di “assoggettare il popolo tibetano a un tale livello di crudeltà e minaccia da non poter essere tollerato, forzandolo a protestare”. Egli ha ammonito a non cadere nella provocazione.

Solo le autorità comuniste negano la tensione e magnificano un preteso grande sviluppo economico. Liu Yunshan, capo del Dipartimento di propaganda del Pc, dice che la politica del governo “ha creato in Tibet un miracolo dopo l’altro”. Wu Jianhua, direttore per il Tibet dell’Ufficio nazionale di statistica, parla di 180 progetti previsti nella regione, per 80 miliardi di yuan tra il 2006 e il 2010. Ma Xu Jianchang, vicedirettore della Commissione regionale per il Tibet per la riforma e lo sviluppo, ammette che il turismo (4 milioni di turisti nel 2007 per un incasso di 4,85 miliardi di yuan) è crollato dopo le proteste del marzo 2008, con grande danno per i redditi locali.

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