28/09/2018, 10.26
VATICANO-CINA
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L’accordo Cina-Vaticano: un esperimento su come tira il vento

di Jean Charbonnier

I media cinesi hanno dato scarsa risonanza alla firma dell’accordo. Sembra un primo punto segnato da Pechino contro il Vaticano. La posizione dei cattolici sotterranei è indebolita. C’è il sospetto che la Chiesa si schieri col più forte. Ma lo scopo di papa Francesco è nello spirito del Vangelo. Che ne sarà dei 30 e più vescovi sotterranei? E i sacerdoti sotterranei avranno la libertà di non iscriversi all’Associazione patriottica? La distribuzione delle nuove diocesi crea un maggiore controllo sulla vita della Chiesa e condizioni di vita ancora più difficili per i sotterranei. Alla Cina non conviene far rompere i rapporti fra Vaticano e Taiwan. Dal missionario e sinologo Jean Charbonnier, delle Missions étrangères de Paris.

Parigi (AsiaNews) – Sull’accordo fra Cina e Santa Sede per le nomine dei vescovi, l’agenzia Eglises d’Asie ha diffuso ieri un commento del sinologo p. Jean Charbonnier, Mep, che ha vissuto a lungo nel mondo cinese. Per gentile concessione di EdA, pubblichiamo il suo commento (traduzione dal francese a cura di AsiaNews).

Una prima osservazione s’impone sulle modalità dell’accordo. È stato firmato a Pechino. A cui va tutto l’onore. Il rappresentante del governo cinese legato al ministero degli Affari esteri, può per tradizione mostrarsi più liberale nel momento in cui la politica interna rinforza la sua disciplina. L’accordo non implica per nulla un cambiamento nell’applicazione brutale della nuova legge sulle religioni, in vigore sin dallo scorso febbraio. Al tempo stesso, il governo cinese può far valere il suo accordo ufficiale con Roma per costringere tutti i cattolici a entrare nella cornice “patriottica” della politica ufficiale del partito. La posizione dei sotterranei è indebolita. Tuttavia, il cardinal Parolin proclama l’accordo come una vittoria e il mondo intero è invitato a rallegrarsi. Questo primo segnale di intesa tra Roma e Pechino era senza dubbio atteso da molto tempo. Ma è così importante? I media cinesi, da parte loro, ne danno scarsa risonanza.

Che cosa sappiamo di questo accordo?

Tre elementi sono espressi in modo esplicito:

1. I sette vescovi illeciti nominati senza l’approvazione di Roma, fra cui tre scomunicati, si riconciliano con la Santa Sede dopo aver chiesto perdono in modo ufficiale. Ciò è una vittoria per il governo cinese. È una consolazione per i vescovi interessati. Per i cattolici sotterranei, che non capiscono una simile svolta della Santa Sede, si tratta di un indebolimento dell’autorità romana. Dal punto di vista della psicologia cinese, rappresenta una perdita di faccia intollerabile e la paura di maggiori sanzioni. Se si può paragonare il dialogo Vaticano-Pechino a una partita di calcio, la squadra bianca del papa permette ai rossi di Pechino di dare il primo calcio al pallone e li lascia perfino segnare il loro primo gol.

2. Il papa accetta il processo “democratico” cinese per l’elezione dei vescovi. I preti, religiosi e laici dell’Associazione patriottica della diocesi partecipano alle elezioni. I loro candidato è quindi presentato alla Conferenza episcopale cinese. L’accordo stipula che il candidato eletto debba essere presentato alla Santa Sede per un’approvazione finale del papa. Il papa potrà quindi esercitare un diritto di veto se il candidato non è adeguato. È una vittoria per il papa se questa disposizione viene confermata nella pratica.  Ciò viene tuttavia smentito nell’immediato, perché la Santa Sede deve riconoscere sette vescovi nominati senza il suo consenso e persino, per alcuni, malgrado il suo esplicito rifiuto. Questa contraddizione interna la dice lunga sulla vera portata dell’accordo. L’effetto del primo gol segnato dalla Cina indebolisce in modo significativo la difesa bianca. È pur vero che agli occhi della Chiesa questa non è una lotta, ma un atto amichevole e rispettoso.

3. La prefettura apostolica di Chengde, nella provincia dell’Hebei, è stata elevata al rango di diocesi suffraganea dell’arcivescovado di Pechino. Le regioni ecclesiastiche del 1946 saranno ristabilite? Il territorio di Chengde è più esteso. L’accordo presenta questo cambiamento come una volontà del papa. Sarebbe un primo intervento del pontefice nel tracciato delle diocesi della Cina da decenni... È una vittoria per mons. Guo Jincai, uno dei vescovi riconciliati, che ha appena costruito una cattedrale prestigiosa e costosa. C’è un disegno politico nel nuovo prestigio offerto al vescovo di Chengde? Chengde ospita il Palazzo estivo degli imperatori cinesi. Fu in questo palazzo che, all’inizio del XVII secolo, l’imperatore Kangxi accolse il delegato della Santa Sede, mons. de Tournon. L'imperatore non comprese le richieste del delegato. Trovò fuori luogo che “l’imperatore della religione Jiaohuang” (traduzione cinese della parola “papa”) si intromettesse negli affari interni della Cina. Poco dopo questa udienza, il vescovo de Tournon trasmise in modo ufficiale il decreto papale che proibiva ai cristiani cinesi di praticare il culto degli antenati, ritenuto una superstizione. Secondo la norma confuciana, il rituale implicava il riconoscere assoluta obbedienza al sovrano. Mons. De Tournon fu immediatamente esiliato a Macao, dove ricevette il cappello cardinalizio dal papa. L’onore dato oggi al vescovo di Chengde potrebbe essere interpretato come una vendetta storica delle richieste romane, da sempre considerate come un’ingerenza politica che mette in discussione il potere assoluto del Partito. Roma, d’altra parte, specifica che lo scopo di questo accordo è principalmente pastorale e desidera promuovere l’unità tra tutti i cattolici in Cina.

Nella misura in cui papa Francesco sostiene questo accordo che ha sempre desiderato fortemente, bisogna pensare che il pontefice invita la Chiesa a un atto di umiltà di fronte a una Cina ricca e potente. Il suo scopo non è certo cercare un compromesso con i nuovi sfruttatori del popolo cinese. La Chiesa è stata spesso rimproverata di schierarsi con il più forte. Ciò potrebbe essere ancora il caso della politica vaticana, che deve tenere conto del ruolo della Cina nella vita del mondo di oggi. Ma lo scopo di papa Francesco è nello spirito del Vangelo. È permettere a tutti i cattolici della Cina di unirsi tra loro per il bene del loro Paese, in uno spirito di servizio e di amore.

Il non-detto dell’accordo

Quello che ci è stato rivelato dell’accordo non è che la punta dell’iceberg. Che cosa c’è sott’acqua? Secondo la logica delle misure dichiarate, possiamo concludere che la Santa Sede riconosce la legittimità della Conferenza episcopale cinese, visto che dovrà prendere in considerazione i candidati all’episcopato che essa gli presenterà. Si deve concludere quindi che i circa 30 vescovi sotterranei saranno invitati a unirsi a questa conferenza, che è di fatto ancora controllata dall’Associazione patriottica dei cattolici cinesi? Il loro diritto di rifiutarsi è riconosciuto dalla Chiesa? In caso contrario, il rischio sarebbe che i sotterranei divengano doppiamente sotterranei, nei confronti dello Stato e della Chiesa. Allora ci sarebbe il rischio di uno scisma da parte dei cattolici più fedeli alla Chiesa. L’accordo contiene una clausola che precisa il ruolo dell’Associazione patriottica dei cattolici? È una partecipazione positiva dei laici alla gestione pratica delle diocesi e delle chiese? È rispettata l’autorità del vescovo in materia religiosa?

Un altro aspetto importante è il riconoscimento della nuova diocesi di Chengde. In base alla versione pubblica dell’accordo, è il papa che è creatore di questa nuova diocesi. È l’inizio di una riflessione della Santa Sede sulla nuova ripartizione amministrativa delle diocesi? Secondo l’annuario pontificio, la Cina conta 144 diocesi create da Roma. La nuova ripartizione amministrativa delle diocesi, messa in atto sotto l’egida dell’Associazione patriottica dei cattolici, riduce a 96 il numero delle diocesi. Data l’evoluzione della Cina, questo rimpasto sembra abbastanza ragionevole. Ma il mantenimento da parte di Roma delle antiche diocesi consentiva ai vescovi sotterranei di stare vicini ai vescovi delle nuove diocesi riconosciute. I preti potevano mettersi al servizio della diocesi e del vescovo che conveniva loro di più. Queste problematiche sono trattate nell’accordo?

In modo abbastanza logico, in generale la nuova distribuzione amministrativa risponde allo sviluppo dei nuovi centri amministrativi e alla riduzione del numero di sacerdoti. Dal 1950, la maggior parte delle diocesi gestite da vescovi e missionari stranieri hanno visto ridursi il numero dei preti di due terzi. I periodi di repressione fino alla Rivoluzione culturale del 1966-1976 hanno ulteriormente ridotto il numero di sacerdoti cinesi. In seguito alla nuova politica di modernizzazione avviata da Deng Xiaoping nel 1978, i sacerdoti cinesi che hanno potuto lasciare i campi di lavoro forzato o le prigioni sono stati in grado di riprendere il loro ministero. La loro prima preoccupazione è stata quella di insegnare il latino ad alcuni giovani al fine di garantire la successione. I seminari furono aperti nel 1982. Le vocazioni, per fortuna, sono state numerose fino alla fine del XX secolo. Ma in alcune diocesi erano rimasti solo due o tre sacerdoti. Nella provincia dell’Hunan, sette diocesi sono state raggruppate per formare l’unica diocesi di Changsha, capitale della provincia. Il vescovo di Changsha ha una ventina di sacerdoti. È probabile che l’attuale accordo contenga una clausola che prevede il riconoscimento della nuova mappa delle diocesi in Cina. Ciò significa un maggiore controllo sulla vita della Chiesa e condizioni di vita ancora più difficili per i sotterranei.

Un esperimento sulla Via della Seta

Rimane una questione cruciale che senza dubbio fa parte dell’accordo. Il governo cinese ha ripetuto senza posa che un accordo con Roma sarebbe stato possibile solo se il Vaticano avesse prima interrotto le relazioni diplomatiche con Taiwan. Alcuni funzionari vaticani hanno spesso suggerito che la Santa Sede non avrebbe difficoltà a trasferire la sua rappresentanza da Taipei a Pechino. Per la Santa Sede, una rottura con Taipei è concepibile solo se il governo della Repubblica popolare fa una richiesta di ripresa delle relazioni diplomatiche, che ha rotto nel 1952 mandando via in modo disordinato il nunzio apostolico mons. Riberi. I rapporti diplomatici erano stati stabiliti con la Cina nel 1942 e il nunzio risiedeva a Nanchino, allora capitale della Cina sotto il governo nazionalista del Kuomindang. Mons. Riberi rimase a Nanchino sotto il nuovo governo popolare e non seguì Chiang Kaishek a Taiwan, in attesa delle nuove disposizioni del governo. Il nuovo governo lo cacciò in modo vergognoso da Hong Kong nel 1952, definendolo rappresentante dell’imperialismo vaticano. Cinquanta anni dopo, nel 2000, il Vaticano è stato ancora una volta oggetto di pesanti insulti per aver canonizzato 120 martiri cinesi, alcuni dei quali, sembrerebbe, avevano fatto il gioco dell'imperialismo francese.

La memoria delle umiliazioni subite dalla Cina al Trattato di Versailles nel 1919 è ancora viva nella mente dei dirigenti cinesi. Il governo cinese attuale non è di certo in cerca di relazioni diplomatiche con il Vaticano sebbene, a ben pensarci, potrebbe essere nel suo interesse. La Cina popolare potrebbe accontentarsi di non pretendente che il Vaticano rompa i rapporti con Taiwan. La libertà della Chiesa a Taiwan assicura un legame concreto con i cattolici del continente e favorisce l’unione fra l’isola e la madrepatria. Il servizio culturale e sociale dei cattolici a Taiwan testimonia l’amore e il rispetto della Chiesa per il popolo cinese. Sin dal Concilio Vaticano II, 60 anni fa, la Chiesa di Taiwan ha lavorato con efficacia a sinicizzare la Chiesa nel produrre un’espressione della fede nella lingua e cultura cinesi. In assenza di relazioni diplomatiche con Pechino, Taiwan ospita l’unico territorio cinese dove la Chiesa può testimoniare con pienezza il suo amore per il popolo cinese. Rompere con Taiwan sarebbe un suicidio per la Chiesa in Cina.

Quando uno vuole sorvolare in mongolfiera un sito turistico, invia prima un piccolo “pallone di prova” in esperimento, per verificare la direzione e la forza del vento. E’ forse ciò che sta accadendo a Pechino. Speriamo che i pochi articoli dell’accordo resi pubblici non inneschino un tifone distruttivo nella Chiesa che rimanderebbe il volo per altri decenni. Speriamo che la mongolfiera decolli per un pacifico volo sopra tutta la Cina, da Guangzhou a Harbin, da Taiwan a Kashgar, e prosegua lungo l’intera Via della Seta, da Pechino a Roma.

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