23/05/2014, 00.00
MYANMAR-VATICANO
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L'epopea dei missionari del Pime in Myanmar piacerebbe a papa Francesco

di Bernardo Cervellera
Il loro metodo era "l'uscire verso le periferie", visitare villaggi lontani e vivere con la popolazione. Alcuni indigeni, vedendo per la prima volta un occidentale, lo hanno scambiato per uno strano animale e lo hanno costretto a dormire nel porcile. La fede testimoniata nel dialogo fra culture e sviluppo. L'orgoglio di appartenere alla Chiesa cattolica. Terza parte di un reportage sul Myanmar.

Loikaw (AsiaNews) - La beatificazione di p. Mario Vergara, sacerdote del Pime, e del catechista Isidoro Ngei Ko Lat, che avverrà domani ad Aversa, è un gesto di gratitudine di tutta la Chiesa verso questi martiri, ma anche verso tutti coloro che evangelizzano i popoli. Annunciando la loro beatificazione lo scorso 21 maggio, papa Francesco ha detto che missionari e catechisti "nelle terre di missione svolgono una preziosa e insostituibile opera apostolica, per la quale tutta la Chiesa è loro grata".

Dal 1867, i missionari del Pime hanno evangelizzato la Birmania Orientale fondandovi un'arcidiocesi e cinque diocesi (su 16). Come ricorda p. Piero Gheddo nel suo volume "Missione Birmania" (Bologna, 2007, pagg. 462), il metodo dei missionari era non quello di fermarsi nelle città, ma di andare a visitare villaggi lontani e vivere con le popolazioni: un metodo che piacerebbe a papa Francesco, che chiede di continuo ai cristiani di "uscire" verso le "periferie esistenziali e geografiche".

A causa di ciò, l'epopea della missione del Pime in Myanmar avrebbe diritto anche ad essere citata in un libro sulla intercultura. Quando i nostri missionari sono arrivati in queste regioni, essi erano i primi occidentali che i locali venivano a conoscere. E sono arrivati senza armi e senza potere, spinti solo da un grande amore verso questa gente e dal desiderio di comunicare loro l'amore di Gesù Cristo. Alcuni sacerdoti incontrati a Loikaw, come p. William, mi raccontano un episodio divenuto famoso nella storia della missione: dopo giorni di cammino a piedi, arrivando in un villaggio, i tribali si sono trovati davanti per la prima volta nella loro vita un essere dalla carnagione chiara, con un lungo barbone (gli indigeni sono glabri per la maggioranza), che non parla la loro lingua e che ha piedi strani. Non conoscendo infatti le scarpe, i tribali pensavano che la scarpa fosse il piede di questo essere, un piede senza dita o formata da un solo dito. Per questo tutti si sono spaventati e hanno pensato che fosse un essere terrificante, una nuova specie di animale feroce o un orco. Nemmeno la testimonianza e la buona presentazione dei catechisti locali riuscivano a vincere il sospetto e il timore. Per questo gli abitanti di quel villaggio hanno permesso loro ospitalità, non nelle loro case insieme a loro, ma nel porcile sotto la casa. Solo dopo qualche giorno, vedendo che questi "mostri" mangiavano come loro e non erano feroci, hanno cominciato a praticarli.

I missionari che, provenendo da un altro Paese o un'altra tribù, non conoscevano la lingua del posto, cominciavano a ripetere i nomi e le parole che sentivano e così a poco a poco, con una lentezza che sfidava ogni pazienza, diventavano amici della tribù. Poi spiegavano che volevano aiutare la popolazione portando medicine per guarire le persone e insegnare loro a parlare s scrivere in birmano - che essi non conoscevano - e in inglese, e infine, spiegavano cosa li aveva spinti a mostrare tanto amore verso di loro, introducendoli alla fede.

Non c'è persona che ho incontrato che non ricordi questo o quel missionario: "Io ho conosciuto mons. Gobbato, un santo", "Io sono stato battezzato da p. Mattarucco"; "Io correvo sempre dietro p. Galbusera: quando lui arrivava era una festa perché lanciava in aria manciate di caramelle e noi facevamo a gara a prenderle"...

A guardare le loro fotografie, esposte in ogni casa episcopale (v. foto), questi missionari dalla lunga barba e dal viso austero sembrano delle persone ruvide e invece tutti ricordano la loro dolcezza e santità. Non solo Clemente Vismara, mi dice un sacerdote, "ma tutti i missionari del Pime dovrebbero essere santificati: quello che hanno fatto a noi, alla nostra gente, donandoci la fede e instradandoci nei primi passi dello sviluppo, è di un'importanza capitale".

Coi missionari del Pime queste tribù hanno scoperto l'uso del mattone, i servizi igienici, la scrittura, l'esistenza di un mondo attorno al perimetro della loro tribù. E' stato un inserimento cosciente nella storia comune del mondo. Per questo la fede qui in Myanmar include un certo orgoglio di appartenere alla Chiesa cattolica, a qualcosa di più grande, un'unità universale: lo dimostra lo sfoggio che fanno delle bandiere vaticane nelle feste, issate in ogni punto e sventolate su ogni camion o pullman di pellegrini. Perfino i palloncini per le decorazione alle finestre sono tutti gialli e bianchi.

 

 

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