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» 15/10/2009 16:43
IRAQ
La “guerra” del petrolio irakeno è appena iniziata
di Layla Yousif Rahema
Contratti con l’italiana Eni, in alleanza con Stati Uniti e Sudcorea. Il giacimento di Nassiriya ai giapponesi. I problemi con le compagnie cinesi. Ma intanto continua il braccio di ferro fra Kurdistan e Baghdad. La popolazione riceve le briciole o proprio nulla.

Baghdad (AsiaNews) - A sei anni dalla guerra all’Iraq, le compagnie petrolifere straniere iniziano a concretizzare gli affari con Baghdad. Ma la strada sembra ancora in salita. Per l’Italia, fa ben sperare l’assegnazione all’Eni della licenza per il potenziamento del giacimento di Zubair, il quarto a livello nazionale. D’altra parte, il travagliato percorso dell’attesa legge sugli idrocarburi e le crescenti tensioni tra il governo della regione semiautonoma del Kurdistan e quello centrale non incoraggiano gli investitori.

A capo di un consorzio del quale fanno parte anche la statunitense Occidental Petroleum Corporation, e la sudcoreana Korea Gas Corporation, la società italiana ha chiuso quello che in gergo si chiama “contratto di servizio”: le compagnie straniere vengono pagate per potenziare la produzione del giacimento, ma non partecipano agli utili. Per Zubair l’obiettivo è arrivare ad estrarre nei prossimi sette anni 1.125 milioni di barili di greggio, dai 195mila di oggi.

Con riserve stimate in 4 miliardi di barili, si tratta di uno dei sei giacimenti petroliferi che l’Iraq aveva offerto nel primo round di gare d’appalto, il 30 giugno scorso, risoltosi quasi in un nulla di fatto per i magri compensi offerti dal ministero iracheno del Petrolio. Analisti osservano che la “vittoria” dell’Eni potrebbe essere un risarcimento per la mancata assegnazione (ormai è quasi ufficiale) dei giacimenti di Nassiriya, andati alla giapponese Nippon Oil.

Le tensioni col Kurdistan…

Rispetto alle gare di giugno è da notare l’uscita di scena dal consorzio Eni & Partners dei cinesi di Sinopec. Baghdad non ne vuole sapere: la compagnia cinese lavora nella regione curda, e quindi è sulla black list del ministero del Petrolio. Insieme alla sempre rinviata legge sugli idrocarburi - che dovrà regolare gli investimenti stranieri nell’industria petrolifera irachena e la distribuzione dei proventi della produzione tra le comunità - il dossier curdo è infatti l’altra spina nel fianco di Baghdad.

Da questa settimana Erbil ha bloccato tutte le esportazioni di petrolio dalla propria zona finché il governo centrale non pagherà le compagnie internazionali che stanno estraendo il greggio. Dopo avere approvato una sua legge regionale sul petrolio e sul gas, il Kurdistan ha firmato contratti con una ventina di compagnie straniere, dichiarati illegali dal ministero del Petrolio di Baghdad. All’interno dei confini curdi operano oltre la Sinopec, la Korea National Oil Corporation (Knoc), di proprietà del governo sudcoreano; la Talisman Energy Inc., compagnia indipendente canadese e l’indiana Reliance Exploration and Production DMCC.

…e con la popolazione

Il lavoro delle compagnie petrolifere straniere sul suolo iracheno, inoltre, genera malcontento tra la popolazione locale. Ne sanno qualcosa nella provincia di Wasit (sud-est di Baghdad), dove il ricco giacimento di Ahdab è in mano alla China National Petroleum Corporation (Cnpc) che nel 2008 ha siglato il primo contratto del periodo post-Saddam.  

Dopo aver trovato il petrolio, la Cncp continua con le sue trivellazioni, ma dopo un anno la comunità locale non ne ha tratto alcun beneficio: né in termini di posti lavoro, né di infrastrutture. Gli operai impiegati dalla Cncpc sono per lo più cinesi e i residenti ora pretendono dal governo che almeno 1 dollaro per ogni barile di petrolio prodotto dal giacimento venga utilizzato per migliorare l’accesso ad acqua potabile, i servizi sanitari, scuole e strade asfaltate in quella che è una delle province più povere dell’Iraq.

La Cnpc in consorzio con la British Petroleum controlla anche il vasto giacimento di Rumalia, nel sud, stimato con riserve di 17,7 miliardi di barili.


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