19/01/2016, 13.00
THAILANDIA
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La Chiesa thai combatte contro l’utero in affitto

di Weena Kowitwanij

Per Chertchai Lertjitlaeka, medico camilliano, la pratica dell’utero in affitto “viola il rapporto di onestà e trasparenza fra i coniugi”. Dopo diversi scandali, a luglio 2015 la Thailandia ha vietato la maternità surrogata per coppie straniere. Avvocato per i diritti umani: “La salute riproduttiva è un diritto di tutti, ma le madri surrogate non sanno nulla degli effetti collaterali delle sostanze che assumono in gravidanza”.

Bangkok (AsiaNews) – L’utero in affitto “è una pratica illecita perché lede il dovere d’amore della madre, il rapporto tra i membri della coppia e la loro responsabilità generativa”. Cosi p. Chertchai Lertjitlaeka, medico appartenente alla congregazione di San Camillo ed esperto di bioetica, ribadisce la posizione della Chiesa, che da tempo si oppone in tutti i modi alla piaga della maternità surrogata, che in Thailandia ha visto numerosi sviluppi negli ultimi tempi.

Dopo essere stata una delle mete preferite da coppie straniere (omosessuali e non) in cerca di un utero da “affittare” (per circa 13mila dollari), il Paese ha promulgato una serie di leggi che regolamentano la pratica e difendono i diritti del bambino. Il 30 luglio 2015 è entrata in vigore l’“Act to Protect Babies Born through Assisted Reproductive Technologies”, che ha posto fine al mercato dell’utero in affitto, proibendo la surrogazione di maternità commerciale e la compravendita di seme e ovociti. Le sole persone che hanno il diritto a usare queste tecniche sono le coppie thai eterosessuali, sposate e senza figli.

Il Medical Council of Thailand (Mct) prescrive che la madre surrogata debba essere parente diretta o del padre o della madre biologica, ma non la nonna del bambino. Inoltre, la madre surrogata deve essere già stata incinta e avere il permesso del marito, che non può in seguito rifiutarsi di riconoscere il nascituro come suo figlio. La legge thailandese, infatti, considera la donna che partorisce il bambino come la madre, e coloro che fanno richiesta di parentela non hanno diritti automatici sul neonato.

Lo scorso luglio una ragazza thailandese si è rifiutata di firmare i documenti che avrebbero permesso ad una coppia di omosessuali (un americano e un spagnolo) di adottare la bambina da lei partorita e di estradarla dal Paese.

L’“Act to Protect Babies” è arrivato dopo una serie di scandali che hanno travolto il Paese. Il primo riguarda Gammy, nato da madre surrogata thai e abbandonato dai genitori biologici (australiani) perché affetto da sindrome di Down. Dopo una lunga battaglia legale, oggi Gammy vive con Koy, la mamma surrogata.

La seconda vicenda coinvolge un uomo giapponese, che è stato scoperto essere il padre biologico di almeno 16 bambini nati attraverso surrogate thailandesi. I media locali hanno chiamato il caso "la fabbrica dei bambini".

La surrogazione è immorale, riprende p. Lertjitlaeka, “perché la gravidanza è specifica delle coppie sposate ed è una questione di onestà, che richiede rispetto tra marito e moglie”, che viene negato con l’ingresso di una terza persona (il medico) nel processo di inseminazione artificiale.

Naiyana Supapueng, avvocato per i diritti umani ed ex membro di National Human Rights, mette in guardia dalle conseguenze della pratica: “Mentre la salute riproduttiva è un diritto di ognuno, le madri surrogate e i loro mariti non sanno nulla degli effetti (anche a lungo termine) delle sostanze chimiche che vengono somministrate alla donna. In alcuni casi essi possono produrre cisti o anche tumori”.

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