19/07/2011, 00.00
CINA - TIBET
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La Cina arresta e esalta i suoi “progressi” nel Tibet. Il Dalai Lama: Pechino è ridicola

Un monaco ha onorato il compleanno del Dalai Lama appendendo dei piccoli vessilli bianchi beneauguranti: arrestato, è sparito nel nulla. Intanto il vice presidente Xi Jinping visita Lhasa, loda i “progressi” nella regione e promette: “Schiacceremo il Dalai Lama”. Mentre questi bolla le politiche religiose comuniste come “ridicole” e chiude la questione della propria successione: “Me ne occuperò io”.
Lhasa (AsiaNews) - La polizia cinese ha arrestato lo scorso 6 luglio un monaco buddista nella contea tibetana di Nagchu, “colpevole” di aver augurato lunga vita al Dalai Lama in occasione del suo 76mo compleanno. Nel frattempo, il vicepresidente cinese Xi Jinping - in visita a Lhasa - loda “i grandi progressi” del Tibet e dichiara di voler “schiacciare la pulsione indipendentista della regione”. Mentre il Dalai Lama chiude la questione sulla sua successione, dichiarando che sarà lui a riconoscere la propria rinascita.

Le autorità comuniste hanno fermato Dorgay, del monastero di Shabten, che dalle 5 del mattino del 5 luglio aveva iniziato a girare la contea per attaccare su ogni possibile  struttura verticale - pali della luce, alberi e pilastri di case - i “khatak”, piccole strisce bianche rituali che servono per annunciare le festività religiose. Il giovane monaco, 22 anni, intendeva in questo modo onorare il compleanno del proprio leader religioso. Tornato nel monastero, ha trovato ad attenderlo gli agenti: qui ha confessato ed è stato portato via. Fino ad oggi è stato impossibile scoprire dove è tenuto.

Nonostante questi arresti siano all’ordine del giorno, non sembrano preoccupare più di tanto il regime comunista cinese. Parlando dai pressi del Palazzo Potala - icona del buddismo tibetano e dimora storica dei Dalai Lama - il vice presidente Xi Jinping in visita in Tibet ha lodato gli “enormi successi della provincia” e ha promesso: “Schiacceremo chiunque cerchi di minare la stabilità sociale”.

Parlando in occasione del 60mo anniversario della conquista del Tibet da parte delle armate comuniste di Mao Zedong, Xi ha puntato il dito contro il Dalai Lama - da poco rientrato in India dopo una visita negli Usa, dove ha incontrato il presidente Obama - e lo ha accusato di essere “un separatista. Combattiamo contro la sua cricca e siamo pronti ad adottare le misure necessarie per rendere vani i suoi sforzi”.

Una delle “misure” che Pechino intende prendere nel prossimo futuro prevede la possibilità di pilotare la scelta del prossimo Dalai Lama. Il regime comunista, infrangendo rituali secolari, ha imposto delle strettissime politiche per il riconoscimento dei “Buddha viventi”, che fanno parte della religione ancestrale e del buddismo tibetano. In questo modo spera di poter intronare un leader, alla morte dell’attuale, che gli sia fedele.

Lo stesso XIV Dalai Lama ha respinto questa possibilità, giudicata “ridicola”. Secondo il Nobel per la pace “la mia prossima rinascita, la mia vita futura, è una questione che riguarda soprattutto me, non altri. So che ci sono alcune politiche restrittive, ma sono francamente ridicole”.
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