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» 16/01/2008 11:31
CINA
La Cina inizia ad esportare inflazione
Il rapido aumento delle materie prime spinge in alto i prezzi dei prodotti esportati. Lo yuan nel 2008 si è già apprezzato dell’1% sul dollaro. Esperti: Pechino consente una più rapida rivalutazione della valuta per raffreddare la propria economia, ma i governi locali e le imprese vogliono proseguire la rapida crescita.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Crescono i prezzi delle manifatture cinesi, spinti dall’aumento di materie prime ed energia, dalla rapida inflazione domestica (dopo il +6,9% a novembre, record dal 1996, esperti stimano un +6,5% a dicembre), ma anche dal più rapido apprezzamento dello yuan. Dopo che per anni gli economici prodotti cinesi hanno diminuita l’inflazione mondiale, gli esperti prevedono che questo aumento la farà invece accelerare.

Dong Tao, economista del Credit Suisse, osserva che “quando l’inflazione colpisce un Paese che è la fabbrica del mondo, tutto il mondo dovrà pagare di più”. Questo già avviene a Hong Kong, che riceve merci ed energia elettrica dalla Cina: nel Territorio sono in rapido aumento tutti i prezzi, dagli alimenti , ai mobili, agli affitti delle case. Si prevede che lo stesso accadrà ovunque, anche se gli effetti saranno contenuti dato che le manifatture costituiscono una piccola parte dei prodotti considerati nel paniere dei prezzi al consumo in Stati Uniti e Unione europa.

Anche perché tutti dicono che i prezzi cinesi saliranno ancora. Tra l’altro a gennaio è entrata in vigore una legge che riconosce maggiori diritti e tutela ai lavoratori e si prevede che questo, insieme all’aumento del costo dei generi alimentari, causerà un aumento del costo del lavoro.

Dall’inizio dell’anno lo yuan è salito dell’1% rispetto al dollaro: era cresciuto appena dello 0,2% nello stesso periodo del 2007 e dello 0,05% nel 2006, solo del 10% da luglio 2005 a fine 2007.

Jiming Ha, economista capo della China International Capital Corporation, prevede che nel 2008 lo yuan si apprezzi del 10% e calcola che “un aumento dello yuan del 10% effettivo, dovrebbe ridurre [in Cina] l’inflazione sui prezzi al consumo dello 0,8% nel breve termine e del 3,2% nel lungo”.

Esperti ritengono che il governo utilizzerà questo strumento per raffreddare l’economia e frenare l’inflazione interna, dopo che le misure adottate nel 2007 (ripetuti aumenti delle riserve monetarie obbligatorie per le banche, ben 6 aumenti del costo del denaro) non hanno avuto successo. Nei primi 11 mesi del 2007 gli investimenti fissi sono cresciuti del 26,8% rispetto all’anno precedente ed è alto il timore che si sviluppi una bolla speculativa, con la creazione di una supercapacità produttiva che poi non possa trovare sufficiente mercato e con la conseguente impossibilità per le imprese di restituire i finanziamenti ricevuti.

Anche per questo alla fine del 2007 Pechino ha ripetuto con insistenza che attuerà un “più stretto controllo” sulla politica monetaria e che vuole ottenere una diminuzione dei prestiti bancari.

Tale direttiva – osserva al South China Morning Post il prof. Victor Shih dell’Università nordoccidentale dell’Illinois – è diretta anzitutto “ai funzionari locali, che preferiscono tuttora aumentare gli investimenti” e lo sviluppo industriale della loro zona.

Nell’ultimo trimestre del 2007 sono infatti diminuiti i nuovi finanziamenti bancari, ma Tao Wang, capo a Pechino della Banca d’America, prevede che già nei prossimi mesi “il controllo sul credito sarà allentato quando crescerà forte l’opposizione dei governi locali e degli industriali”. Di fatto i funzionari locali sono abituati a ottenere promozioni in relazione alla crescita economica della loro zona e solo di recente Pechino guarda anche all’inquinamento ambientale. Inoltre, l’aumento della produzione fa guadagnare i favori degli imprenditori della zona e ha consentito a molti di arricchirsi. “Attuare grandi investimenti nella propria zona – osserva Shih – procura [ai funzionari] una quantità di benefici non tangibili”. (PB)


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