19/01/2016, 08.54
CINA
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La Cina rallenta la sua corsa: i dati economici più bassi in 25 anni

La crescita economica dello scorso anno, secondo i dati del governo, si è attestata al 6,9%. Gli investimenti, volano chiave per il mercato, si sono indeboliti di 12 punti percentuali rispetto all’anno precedente. L’esecutivo insiste sulla necessità di trasformare “a ogni costo” il modello di sviluppo, abbandonando la pesante produzione industriale per passare a un mercato di servizi e consumi interni. Ma il rischio instabilità sociale aleggia sul Partito, che in risposta aumenta la repressione.

Pechino (AsiaNews) – La crescita annuale della Cina nel 2015 si è attestata al 6,9%. Si tratta del livello più basso registrato dal 3,8% del 1990 su cui pesarono le sanzioni inflitte a Pechino dopo la repressione di piazza Tiananmen e del movimento per la democrazia. Il dato ottobre-dicembre 2015 rappresenta la crescita trimestrale più bassa dai tempi della crisi finanziaria globale, quando l’espansione dell’economia è arrivata al 6,1% nel primo trimestre 2009 (la crescita del trimestre luglio-settembre 2009 fu del 6,9%).

Nell’ultimo trimestre dello scorso anno, infatti, il prodotto interno lordo è aumentato del 6,8%: un leggero arretramento rispetto al trimestre precedente (+6,9%). Le autorità cinesi hanno provato negli ultimi mesi a incoraggiare la ripresa con misure espansive e un continuo taglio dei tassi di interesse, ma i risultati deludenti fanno ora temere una nuova perdita di posti di lavoro.

Anche gli investimenti – un volano economico chiave – sono diminuiti del 12% nel 2015, in calo di 2,9 punti percentuali rispetto all'anno precedente. Per il responsabile dell'ufficio nazionale di statistica, Wang Baoan, la situazione che l’economia cinese dovrà affrontare nel 2016 è comunque del tutto simile a quella dell’anno appena concluso. Le prospettive di crescita “sono stabili” e, come aveva già dichiarato il premier Li Keqiang, “i numeri finali saranno intorno al 7% annuo”.

I leader cinesi stanno cercando di guidare la loro economia verso una crescita più sostenibile, trainata dai consumi interni e dai servizi, per sostituire un modello logoro basato sulle esportazioni e gli investimenti. E in effetti dal 2013 i servizi sono la prima voce dell’economia cinese, superando il settore manifatturiero. Il trend sembra confermato: tra i dati usciti oggi ci sono anche quelli relativi alla produzione industriale (+5,9% in dicembre, in calo rispetto al +6,2% di novembre). Lievemente al di sotto delle aspettative il dato riguardante le vendite al dettaglio, che sono cresciute dell'11,1% a dicembre contro un'aspettativa dell'11,3%. 

A marzo scorso, il primo ministro Li Keqiang aveva affermato che la Cina avrebbe potuto accettare una decelerazione a patto di creare un numero adeguato di nuovi posti di lavoro per assorbire la domanda. Il settore dei servizi ha contato per la prima volta lo scorso anno per oltre la metà del prodotto interno lordo cinese: il 50,5% contro il 48,1% registrato l'anno precedente.

I mercati asiatici, complice anche il crollo di quelli europei di ieri, hanno però scelto di procedere con ottimismo e hanno puntato sull’ultimo “mese cinese” – considerato nonostante tutto positivo – e sulla probabilità che ora Pechino proceda con nuove misure di stimolo all’economia: Tokyo così ha chiuso con un guadagno dello 0,55%, mentre Shanghai e Hong Kong hanno avuto rialzi più decisi, rispettivamente del 3 e dell’1,5 per cento. Quanto al petrolio, sulla piazze d’Asia è tornato sopra la soglia dei 30 dollari al barile. Il wti viene scambiato a 30,58 dollari al barile, mentre il brent si attesta sui 29,20 dollari.

Tuttavia sul lungo periodo le Borse non sono capaci di sostenere la transizione cinese, e il calo dell’economia mette a serio rischio la stabilità politica: meno posti di lavoro e meno denaro nelle tasche dei cittadini aumentano il rischio di disordini interni. Dall’epoca delle riforme e delle aperture, gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso guidati da Deng Xiaoping, la crescita economica ha mantenuto la legittimazione del Partito comunista.

Il crollo di questi anni la mette a rischio. Da quando Xi Jinping ha preso il potere, scrive John Ai, “le autorità hanno stretto il controllo sulla società: sempre più avvocati vengono arrestati e, mentre la gente cerca pace nelle religioni, il governo cerca di frenarle”.

Si rafforza anche la censura su internet: “Il controllo totale sulla società mostra la preoccupazione delle autorità riguardo a possibili agitazioni popolari. A settembre 2015, il membro del Politburo Wang Qishan ha per la prima volta affrontato in maniera aperta la legittimità del Partito. Anche se i media ufficiali hanno dipinto questo intervento come ‘epocale’ e ‘una manifestazione della fiducia del Partito in se stesso’, esso riflette anche la consapevolezza dei rischi potenziali e delle crisi che potrebbero arrivare”.

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