28/10/2008, 00.00
CINA
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La Cina si confronta con la crescente disoccupazione

Migliaia di fabbriche hanno chiuso o stanno per farlo. Lo Stato paga sussidi agli operai licenziati, per evitare proteste di piazza, e investe in maggiori servizi interni. Il costo “nascosto” per la produzione di carbone. Prestiti bancari non recuperabili per 1,27 trilioni di yuan.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Per combattere la crescente disoccupazione, la Cina concede sostegni finanziari e tagli di tasse. Intanto emergono i costi nascosti, monetari e umani, del “miracolo” economico cinese.

La crisi mondiale, con minor domanda estera dei prodotti cinesi e aumento dei costi di produzione (lavoro, materie prime, costo del denaro), ha causato o causerà la chiusura o lo “spostamento” di decine di migliaia di fabbriche e una crescente disoccupazione, tali da “colpire anche – ha ammesso ieri Yin Chengji, portavoce del ministero per le Risorse umane e la sicurezza sociale -  l’occupazione del nostro Paese. Soprattutto ci sono difficoltà gestionali e perdita di posti-lavoro per le ditte esportatrici”. Anche se i dati ufficiali indicano una disoccupazione stabile di circa il 4% (pari a 8,3 milioni di disoccupati registrati nelle città), gli esperti stimano il dato errato, perché non comprende le decine di milioni di lavoratori migranti, non registrati e per primi colpiti dal taglio di posti lavoro.

Pechino ha già introdotto facilitazioni creditizie per le ditte esportatrici e rimborsi fiscali per i prodotti esportati. Ora Yin annuncia prossimi aiuti pubblici – non meglio specificati - per le imprese piccole e medie che fanno uso di lavoro intensivo, per aiutarle a mantenere i livelli occupazionali. Ne saranno destinatarie anzitutto le ditte del delta del Fiume delle perle e del Fiume Yangtze, più colpite dalla minor esportazione.

Chen Xiwen, esperto di problemi di politiche rurali, dice al South China Morning Post che già da molti mesi il governo concede sussidi alle ditte del Guangdong per pagare i lavoratori cacciati, per prevenire proteste sociali conseguenti ai massicci licenziamenti. Dice che per evitare eccessiva disoccupazione, Pechino nel 2008 ha già creato 9,36 milioni di nuovi posti di lavoro e aiutato 4,09 milioni di operai licenziati a trovare nuove occupazioni. Il solo distretto di Baoan (Shenzhen) ha stanziato sussidi per 100 milioni di yuan (in parte già utilizzati) per i lavoratori cacciati dalle ditte chiuse.

Sempre ieri il vicepremier Li Keqiang ha annunciato interventi per aumentare la domanda e il consumo interno, quali importanti opere di ricostruzione per almeno un trilione di yuan (100 miliardi di euro) nel Sichuan colpito dal terremoto e altre per lo sviluppo delle meno evolute regioni occidentali.

Le difficoltà di molte ditte si ripercuotono anche sulle banche, che al 30 settembre stimano avere 1,27 trilioni di yuan di prestiti di “difficile” recupero.

Intanto un rapporto commissionato da Greenpace e scritto in tre anni da esperti economici cinesi rivela che la produzione di carbone, da cui proviene circa il 70% dell’energia del Paese, ha un costo molto maggiore dei dati ufficiali, pari nel 2007 a 1,75 trilioni di yuan (254,9 miliardi di dollari), il 7,1% del Prodotto interno lordo, per danni “nascosti” all’ambiente e alla salute. Gli esperti hanno considerato dati in genere omessi, quali il costo dell’inquinamento di aria, suolo ed acqua intorno alle miniere, il danno alla salute, gli incidenti nelle miniere con migliaia di morti annue e i danni alle infrastrutture. Oggi “questi costi – dice Mao Yushi, coautore del rapporto – sono pagati da chi li subisce”, ad esempio per i danni alla salute dei minatori spesso non coperti da assicurazione. Il rapporto avverte che non sono state considerate le conseguenze sui cambiamenti climatici. (PB)

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