11/11/2010, 00.00
MYANMAR
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La Corte suprema respinge l'appello dei legali di Aung San Suu Kyi

Confermata la condanna a 18 mesi di arresti domiciliari; i termini di custodia scadono il 13 novembre. I vertici dell'opposizione chiedono dettagli sul rilascio, per poter garantire l'incolumità della Nobel per la pace. Dopo 10 anni - forse - Kim Aris potrà incontrare la madre a Yangon.
.Yangon (AsiaNews/Agenzie) - La Corte suprema birmana ha respinto l'appello avanzato dai legali di Aung San Suu Kyi e, per la terza volta, ha confermato la condanna a 18 mesi di arresti domiciliari. Tuttavia, il periodo detentivo dovrebbe concludersi il 13 novembre e i legali della leader dell'opposizione democratica restano "ottimisti" su una liberazione "imminente". Per questo i vertici della Lega nazionale per la democrazia (Nld) hanno inviato una lettera alle autorità chiedendo "dettagli specifici" sulle modalità di rilascio, per poter garantire la sua sicurezza e incolumità.
 
La libertà per Aung San Suu Kyi, 65 anni, dovrebbe arrivare a una settimana dalle elezioni generali, tenute il 7 novembre scorso. Le prime notizie parlano di un trionfo dei partiti vicini alla giunta militare, al potere da 20 anni in Myanmar. Di contro si fanno sempre più insistenti le voci di brogli elettorali, votazioni anticipate con scelte pilotate, candidati dell'opposizione in vantaggio per la conquista del seggio e poi retrocessi a favore di esponenti della giunta. Elementi che confermano il giudizio degli analisti internazionali e dei governi occidentali, che hanno bollato il voto nella ex-Birmania come una "farsa".
 
Intanto il figlio minore di Aung San Suu Kyi, Kim Aris, avrebbe ricevuto un visto di ingresso in Myanmar, grazie al quale potrà incontrare la madre per la prima volta in 10 anni. Aris vive in Gran Bretagna e ha più volte chiesto, nel tempo, il permesso di visitare la Nobel per la pace. La giunta militare ha sempre negato l'autorizzazione. La "Signora" ha trascorso 15 degli ultimi 21 anni agli arresti, pur non avendo commesso reati. La prima e unica condanna penale è giunta nell'agosto del 2009: 18 mesi ai domiciliari per aver ospitato un cittadino americano che si era introdotto di nascosto nella sua abitazione. Fin dall'inizio la vicenda ha presentato elementi oscuri ed è parsa un "pretesto" utilizzato dai militari per mantenere la donna agli arresti.
 
Nei mesi scorsi il tribunale aveva già respinto per due volte il ricorso presentato dai legali di Aung San Suu Kyi. Oggi la Sezione speciale di appello a Naypyidaw, capitale del Myanmar, ha rigettato l'istanza, ma non ha voluto spiegare i motivi alla base della sentenza. La decisione dei giudici non dovrebbe comunque influire sulla condanna, i cui termini scadono il prossimo 13 novembre. Nyan Win, legale della Nobel per la pace, è ottimista sul rilascio perché "non esistono leggi in base alle quali i termini di carcerazione andrebbero prolungati". E proprio in vista della liberazione, i vertici della Nld chiedono "dettagli specifici" per poter garantire la sicurezza e incolumità.
 
Aung San Suu Kyi ha già spiegato che non accetterà "condizioni" sul suo rilascio o "restrizioni" alla libertà. In passato i militari le hanno impedito di lasciare Yangon e viaggiare per il Paese, nel timore che la sua popolarità potesse favorire il dissenso. La leader dell'opposizione ha inoltre confermato che, una volta libera, aiuterà i colleghi di partito nelle indagini sui brogli alle elezioni del 7 novembre.
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