01/04/2023, 09.00
MONDO RUSSO
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La Lavra della discordia

di Stefano Caprio

A Kiev mentre Onufryj - guida della giurisdizione ortodossa ancora legata al patriarcato di Mosca - chiede al governo ucraino di bloccare lo sfratto, l'antagonista Epifanyj ha già nominato un nuovo superiore della Lavra delle Grotte. La lunga storia della fucina delle tante anime del cristianesimo russo, sviluppatasi a metà dell’XI secolo grazie alla guida illuminata del figlio del primo principe Vladimir, Jaroslav “il Saggio”.

Dal 29 marzo, secondo le disposizioni del ministero della cultura di Kiev, sono in corso le operazioni di sgombero della Lavra delle Grotte di Kiev, il monastero originario di tutta la spiritualità della Rus’ di Kiev e della Chiesa ortodossa sua erede. Alcuni monaci hanno già lasciato gli edifici, soprattutto quelli occupati da attività commerciali, con tanto di macchinari e strumenti di ogni genere, ma la dirigenza della comunità insiste a voler rimanere.

Per la Lavra si sono mobilitati tutti i capi dell’Ortodossia russa e non solo, a partire dal patriarca di Mosca Kirill, e anche molti gerarchi di altre Chiese ortodosse sparse per il mondo. In Ucraina si verifica una grande concentrazione di metropoliti, arcivescovi, archimandriti e igumeni, sia della giurisdizione moscovita sia di quella autocefala e greco-cattolica, tutti intenzionati ad affermare il proprio diritto a rappresentare i fedeli che si accalcano davanti alle porte del monastero, della chiesa principale e delle varie cappelle.

Il metropolita Onufryj (Berezovskij) di Kiev è il capo della Chiesa Upz, ancora formalmente legata al patriarcato di Mosca, e nei giorni scorsi ha radunato il Sinodo locale per chiedere al governo di non procedere con lo sfratto. Il presidente Zelenskyj non ha voluto riceverlo, rimandandolo per competenza al ministro della cultura Tkačenko, che pur assicurando che “non verrà usata alcuna violenza”, ha confermato l’ordine di sgombero. Un altro metropolita Upz, Kliment (Večerja) di Nežinsk, presidente del dipartimento sinodale per l’informazione e la cultura, insiste sul fatto che “non esiste alcun documento legale che obblighi i monaci a lasciare la Lavra”, contestando al ministero la legalità della cessazione del contratto di usufrutto: “non c’è la data del 29 marzo 2023, e quindi né oggi, né domani né dopodomani siamo tenuti ad andarcene”.

Il più attivo e impetuoso dei metropoliti Upz è certamente Pavel (Lebed), il superiore (namestnik) della Lavra fin dal 1994, fedelissimo del patriarca Kirill, che non ha mai smesso di recarsi a Mosca per ricevere istruzioni e rappresenta l’ala più intransigente del monachesimo ucraino filo-russo. Le sue prese di posizione non sono soltanto obbligate per il ruolo che ricopre, ma rispecchiano anche la sua personalità molto decisa e impegnata politicamente e socialmente. In Ucraina è noto come “Paša-Mercedes” per la sua passione per le auto di lusso, e anche questa fama di “metropolita oligarca” è condivisa con Kirill fin dagli anni Novanta, quando entrambi cercavano di sostenere le attività ecclesiastiche con un forte spirito imprenditoriale. Per questo nei vari edifici della Lavra sono state aperte molte attività commerciali, alcune legate alle necessità del culto (tipografia, produzione di candele e di abiti liturgici, icone e oggetti d’arte), come spesso si trova nei grandi santuari di tutto il mondo, ma anche altre finalizzate unicamente ad attività economiche, come mobilifici, negozi tecnici, alimentari, officine automobilistiche e altre ancora.

Il metropolita Pavel ha dichiarato che la comunità non si muoverà “finché non saranno concluse tutte le procedure giuridiche e gli appelli”, di cui peraltro non si hanno notizie precise. Anch’egli sottolinea che l’usufrutto è legato a “un contratto a tempo indeterminato”, precisando che “non è certo il caso di rescinderlo in tempo di guerra”. Di fronte alla proposta di compromesso, che prevede l’uscita soltanto di Onufryj, Pavel e del seminario Upz, a cui il primo sembra essere disponibile, il secondo ha risposto con tono martirologico che “dalla croce non si scende, dalla croce ti tirano giù”. Egli ha aggiunto che “se ce andiamo da Kiev, poi ci cacceranno anche da Počaev [dove ha sede un altro grande monastero], e quindi cominceranno a prendersela anche con i monasteri femminili”.

Il namestnik ha ricordato che “tutti i presidenti dell’Ucraina sono stati eletti grazie alle preghiere dei sacerdoti e dei fedeli della Chiesa Upz”, sottolineando la forza politica del monachesimo ortodosso russo. Allo stesso tempo ha dichiarato che “non parlerà più con i giornalisti, che si mettono a fare scandali proprio durante il Grande Digiuno quaresimale”, usando per “scandalo” il verbo buzit, non proprio un’espressione alata, che si adopera per gli attaccabrighe di strada. “Guardate che cosa succede al fronte, un uovo costa 17 grivne, rubano miliardi da tutte le parti, e voi ve la prendete con la Chiesa, come se i monaci fossero colpevoli di tutto”, ha rincarato le proteste. “Mi è venuto un colpo quando mi avete invitato in televisione: voi state lì seduti con i vostri tatuaggi e gli orecchini, da dove venite? Dai boschi? E pretendete di spiegarmi come bisogna vivere? Ma a voi si può soltanto lanciare anatemi…”, ha urlato il metropolita infuriato, che assicura di “possedere da molti anni una macchina sola, al contrario di tutti voi”.

Dal versante opposto della Chiesa autocefala Pzu, il metropolita di Kiev Epifanyj (Dumenko) ha già chiesto di stilare un nuovo contratto di usufrutto per sostituire gli Upz, non solo per la Lavra, ma per tutti gli altri monasteri sparsi nel Paese, che sono ancora proprietà dello Stato. Nel frattempo ha nominato il nuovo namestnik della Lavra al posto di Pavel, nella persona dell’archimandrita Avraamij (Lotyš), un monaco che qualche mese fa è passato dalla giurisdizione Upz a quella Pzu. Per questo viene chiamato dai suoi ex-confratelli “frate Giuda”, ed è stato scomunicato subito dal pur mite Onufryj. Avraamij ha subito invitato tutti i monaci a restare nelle proprie celle, naturalmente passando anch’essi sotto l’omoforion (la stola del metropolita) di Epifanyj.

Come se non bastasse, anche l’arcivescovo maggiore della Chiesa Greco-cattolica (Ugkz), Svjatoslav Ševčuk, che tutti i suoi i suoi fedeli chiamano “patriarca di Kiev”, ha espresso il desiderio di poter almeno celebrare qualche liturgia nelle chiese della Lavra, ritenendosi anch’egli, non senza ragione, erede dei grandi padri del cristianesimo dell’antica Rus’. Proprio nella Lavra, in effetti, nacque nel Seicento anche l’Accademia teologica del metropolita Petro Mogila, che univa le tradizioni di Oriente e Occidente grazie all’uso della scolastica dei gesuiti, alle origini dell’Ucraina moderna.

I monasteri in genere sono delle oasi di pace, silenzio e meditazione, ma questo non è mai stato il caso della Lavra delle Grotte, fucina delle tante anime del cristianesimo russo. Essa si sviluppò a metà dell’XI secolo, grazie alla guida illuminata del figlio del primo principe Vladimir, Jaroslav “il Saggio”, che volle dare al cristianesimo di Kiev una grandezza insieme spirituale e culturale, sociale e politica. Affidò a uno dei primi monaci, Nestor l’annalista, il compito di scrivere la “Cronaca dei tempi correnti”, il testo che celebra la conversione della Rus’ al cristianesimo bizantino, e un altro monaco, Ilarion, venne scelto come primo metropolita russo, senza attendere l’invio da Costantinopoli di un prelato greco, anticipando l’autonomia dei russi dai bizantini. Ilarion ha lasciato il famoso “Discorso sulla legge e sulla grazia”, un elogio di Vladimir e del principato di Kiev, in cui si esalta il “popolo nuovo” nato dal battesimo del 988, grazie al principe “nuovo Costantino”, profeta della nuova Roma cristiana, che in seguito Mosca ha assunto come propria definizione, quella della “Terza Roma”.

Il primo monaco a insediarsi sulla collina sopra il fiume Dnipro fu l’anziano Antonij, che aveva passato qualche anno di esperienza al monte Athos, la grande “repubblica monastica” che cominciò a formarsi parallelamente al regno di Kiev, e che ha costituito il modello dell’insieme di celle singole, piccoli e grandi spazi comunitari, per la stessa Lavra delle Grotte. Antonij scavò la prima grotta per isolarsi dal mondo e fu subito imitato da molti altri asceti, finché fu affidato a uno di loro, Feodosij, il compito di mettere insieme una comunità sotto una regola, come era avvenuto per i primi monaci del IV secolo, Antonio e Pacomio d’Egitto. Il monachesimo russo intendeva così “ritornare alle origini” di tutta la storia degli anacoreti e dei cenobiti, e in generale alla storia cristiana, che ricomincia da Kiev (e poi da Mosca). Feodosij impose la regola del monastero greco di Studion, una variante “classica” delle grandi regole del monachesimo d’Oriente e d’Occidente, quella basiliana e quella benedettina.

Come racconta la Vita di Feodosij, “egli scelse un luogo libero, sito non lontano dalle grotte, e cominciò ad adoperarsi per rendere abitabile quel luogo: recintatolo, costruì molte celle e allora si trasferì, insieme ai fratelli, dalle grotte nell’anno 6570 [1062]”. Il primo namestnik “aveva l’abitudine di fare il giro delle celle dei monaci tutte le notti, per conoscere come vive ognuno di loro”. Accanto alla regola, infatti, i monaci usavano lo stile della idioritmia, la “diversità dei voti” in cui ciascuno sceglieva quello che più gli si confaceva: chi nel silenzio totale, chi dipingendo le icone, qualcuno addirittura si murava nella cella (zatvornyj), e non era facile già allora raccapezzarsi.

Il Paterikon delle Grotte, una raccolta di storie e detti dei monaci kievani di fine XII secolo, racconta tra gli altri del monaco Marko, che aveva il compito di preparare le tombe dei monaci defunti, scavandoli oltre le grotte. Un giorno i confratelli portarono un monaco morto all’improvviso dopo una malattia, e non c’era posto nei loculi scavati. Allora Marko disse al defunto: “fratello, aspetta un poco, non posso farti ancora l’estrema unzione”. Il defunto si alzò, si mise a sedere, e quando fu il momento si unse da solo, e si adagiò nella nuova tomba.

I monaci di Kiev sono abituati ad aspettare, fino al momento in cui mettersi nel posto preparato dal Signore. Mille anni dopo, nulla è cambiato.

 

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