30/07/2007, 00.00
GIAPPONE
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La disfatta elettorale segna il destino politico di Abe

di Pino Cazzaniga
Anche se resterà al suo posto ed ha i numeri per continuare a governare, il premier sarà fortemente condizionato dai risultati del voto. Preoccupazione a livello internazionale, dove l’attuale primo ministro era giudicato positivamente.
Tokyo (AsiaNews) - Qualche giorno prima del voto di ieri, un giornalista, prevedendo il risultato disastroso aveva scritto: “Abe è sull’orlo dell’abisso”. La maggior parte degli analisti è d’accordo nel ritenere che la schiacciante sconfitta segna il destino politico del governo Abe...
 
In effetti, le elezioni per il rinnovo di metà dei seggi della Camera Alta (senato) sono state per il partito liberal democratico la piu’ grave sconfitta elettorale dal 1955, l’anno della sua costituzione: su 121 seggi in pallio ne ha ottenuti solo 37, mentre il partito democratico del Giappone (DPJ) dell’opposizione ne ha conquistati 60. Il primo ministro Shinzo Abe, che è pure presidente dell’LDP, ha subito riconosciuto la disfatta. “E’ colpa mia, ha detto, me ne assumo la responsabilità”.
 
In casi del genere il presidente del Consiglio dà le dimissioni. Nel 1998, in seguito a una sconfitta elettorale meno grave, l’allora presidente Ryutaro Hashimoto se ne è assunta la responsabilità dimettendosi. Abe si è rifiutato di adeguarsi alla tacita convenzione del partito. Ai reporters televisivi che gli chiedevano se intendeva assumersi la responsabilita’ della sconfitta lasciando l’incarico di capo del governo ha risposto: “Intendo assumerne la responsabilità continuando ad impegnarmi per creare una (bella) nazione. Questo è il mio compito. La costruzione della nostra nazione è appena cominciata. Desidero continuare ad adempiere le mie risponsabilità come primo ministro”.
 
Quando Shinzo Abe, nel settembre scorso, era stato eletto capo del governo, il suo indice di popolarità era del 70%; alla vigilia delle elezioni era sceso al di sotto del 30%. “Fare del Giappone una bella nazione” è stata ed è la sua frase programmatica. Purtroppo il volto del suo gabinetto era tutt’altro che bello. In dicembre si è dimesso il ministro delle riforma amministrativa, Genichiro Sata, accusato di appropriazione indebita di denaro pubblico; pressato da simile accusa in maggio si è suicidato il ministro dell’agricoltura, Toshikazu Matsuoka. Anche in questi casi Abe è stato pronto ad assumersi la responsabilità in quanto i ministri sono di sua nomina. Ma anche Norihiko Akagi, scelto a succedere Matsuoka, non ha passato l’esame della critica in fatto di scandali finanziari.
 
Imperdonabili gaffe verbali di altri due membri del Gabinetto hanno peggiorato la situazione. In gennaio il ministro della sanità, Hakuo Yanagisawam aveva definito le donne “macchine per produrre figli” e, a sole due settimane dalle elezioni, il ministro della difesa ha dovuto rassegnare le dimissioni per aver detto che il bombardamento atomico su Nagasaki “è stato inevitabile per accelerare la fine della guerra”.
 
Ma la causa più grave che ha determinato il crollo della popolarità del primo ministro e. di conseguenza, la disfatta elettorale è stato un’ incredibile negligenza dei burocrati dell’Agenzia di assicurazione soale (Social Insurance Agency). All’inizio di quest’anno si è saputo che i dati riguardanti i conti (accounts) di 50 milioni di pensionati erano andati persi. Ichiro Ozawa, presidente del DPJ, venuto a conoscenza dell’errore madornale ne ha fatto il carro di battaglia contro LDP. E ha vinto.
 
Abe, primo capo di governo nato nel dopoguerra, è un politico diligente e onesto. Ma gli manca la grinta e l’intuizione politica del suo mentore, il bizzarro predecessore, Junichiro Koizumi. Al popolo giapponese oggi non interessa l’idealismo del bel Giappone ma il realismo del pane e burro.
 
I cambiamenti sono in corso. Il disastroso risultato delle eezioni ha già provocato le dimissioni di Hidenao Nakagawa, segretario generale dell’LDP e di Mikio Aoki presidente del gruppo dirigente, ritenuto l’eminenza grigia del partito.
 
Abe, pur avendo deciso di non dimettersi, anche grazie alla forte esortazione di Nakagawa, non puo’ sottrarsi alla necessità di revisionare i quadri a livello di partito e di governo. Ha anche espresso la decisione di collaborare con il partito vincente. Decisione inevitabile, ma impresa non facile perché non può non fare i conti con altri membri del partito che non condividono la sua decisione.
 
Teoricamente il potere non gli è diminuito alla Camera Bassa: la coalizione governativa (PLD e Komeito, un partito legato all’associazione buddista Sokagakkai) ha la maggiornaza assoluta. Ma dovrà fare i conti con il freno del Senato che avrà senz’altro come nuovo presidente un parlamentare del maggior partito di opposizione.
 
A livello internazionale la disfatta di Abe suscita preoccupazione. Il Giappone è pur sempre una delle maggiori potenze economiche del mondo e Abe nei primi mesi di governo ha dimostrato di sapersi trasformare da politico nazionalista in statista internazionale. Con le sue visite in Cina e nella Corea del sud, a poche settimane della sua elezione, e, un poco piu’ tardi, nelle Filippine e nell’Indonesia ha riportato il Giappone nell comunità dell’Asia dalla quale si era staccato da oltre 100 anni. Koizumu con le sue annuali visita al santuario militarista Yasukuni aveva allargato il fossato. La Cina ha accolto con compiacimento l’iniziativa di Abe restituendo la cortesia con la visita del primo ministo Wen Jiabao.
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