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  • » 04/11/2017, 09.41

    RUSSIA

    La festa sconosciuta dell’unità della Russia

    Vladimir Rozanskij

    Ha sostituito la celebrazione dell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Ricorda la vittoria sui polacchi nel 1612. Il patriarca Aleksij II gli ha dato il nome attuale. Il simbolo della vittoria del 1612 è l’icona della Madonna di Kazan’. Questa icona, scomparsa durante la rivoluzione bolscevica, è giunta per vie traverse in Vaticano e riconsegnata agli ortodossi russi da Giovanni Paolo II.

    Mosca (AsiaNews) - Si celebra oggi in Russia la Festa dell’Unità popolare, così chiamata dal 2005, che ha sostituito l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre del 7 novembre, molto amata dalla popolazione e soprattutto dagli studenti. Della nuova Festa dell’Unità quasi la metà dei russi non ricorda il nome, e la maggior parte non ne conosce i contenuti. Eppure essa è vissuta con grande partecipazione.

    Al di là degli avvenimenti storici, a inizio novembre, in Russia si festeggia l’arrivo dell’inverno con le prime gelate, e spesso le prime grandi nevicate. Per molti è un arrivederci alla primavera: con il gelo diventa difficile uscire di casa e incontrarsi per le strade, e la vita sociale entra in letargo. Le manifestazioni di piazza, di gioia o di protesta, sono rimandate al 1° maggio, festa del “rientro” del sole e della sopravvivenza dopo i ghiacci.

    La festa di oggi fu istituita nel 1996, col titolo di “Giorno della Concordia e della Riconciliazione”, declassando la rivoluzione a semplice ricordo storico da rimuovere, senza parate militari e discorsi. È rimasta però la vacanza scolastica, estendendo fino al 7 la festa del 4 novembre. La data ricorda gli avvenimenti del 4 novembre 1612, quando ebbe termine il cosiddetto “periodo dei Torbidi” e iniziò il regno della dinastia dei Romanov, concluso appunto dall’avvento dei bolscevichi. In realtà, proprio il primo zar Mikhail Romanov aveva istituito in quella data il “Giorno della Liberazione di Mosca dagli occupanti polacchi”. Va ricordato che nel difficile periodo che seguì la morte di Ivan il Terribile (nel 1584), i contrasti interni alle famiglie dei boiari russi avevano portato alcuni di essi ad allearsi col re Sigismondo III di Polonia, che tentò di conquistare quella che ancora veniva chiamata la Moscovia.

    Il regno di Polonia e Lituania si estendeva allora su buona parte del territorio della Russia attuale a Occidente, e contendeva a Mosca il dominio su tutta l’Europa orientale. L’invasione fu organizzata anche grazie allo stratagemma di un falso pretendente al trono russo, un certo Grigorij Otrepev, che affermava di essere figlio di Ivan il Terribile, il piccolo Dmitrij che era morto in circostanze misteriose, e in realtà sopravvissuto e fuggito in Lituania. Il “falso Dmitrij” fu fatto convertire al cattolicesimo e sposato con una nobile polacca, Marina Mniszek, discepola dei gesuiti che avevano riconquistato la Polonia dal luteranesimo.

    Per qualche settimana, Grigorij e Marina s’insediarono al Cremlino accompagnati dalle truppe polacche e da un gruppetto di gesuiti (da allora la parola “gesuita” in russo viene associata ad ogni specie di nefandezza e intrigo). Vennero rapidamente defenestrati (letteralmente gettati dalle torri del Cremlino). Marina sopravvisse e tentò di rifarsi con altri falsi pretendenti al trono, ma infine, grazie alle truppe volontarie radunate dal mercante Kuz’ma Minin e dal principe Dmitrij Pozharskij, nel 1612 i polacchi vennero sgominati, sterminati e ricacciati nel loro regno, che mai più riuscì a prevalere sulla Russia.

    Dal 1818 il monumento a Minin e Pozharskij si erge al lato della piazza Rossa, a protezione dell’ingresso principale del Cremlino, con un gesto della mano che indica il divieto d’ingresso agli invasori. Naturalmente le braccia dei due eroi si tendono a Occidente, al di là della Moscova. Da lì si rovesciò su Mosca anche Napoleone con la sua Grande Armata (800 mila soldati, la metà proveniente dalla Polonia), che nel 1812 occupò a sua volta il Cremlino, ma soltanto per assistere all’incendio di Mosca (provocato dagli stessi russi), prima di tornarsene in Francia con la coda tra le gambe. Lo zar vincitore, Alessandro I, collocò la statua dei due eroi del popolo davanti alla chiesa di San Basilio, per scongiurare nuovi assalti del nemico; Hitler in effetti, pur mettendo in ginocchio la Russia di Stalin con la sua spettacolare “Operazione Barbarossa” del 1941, non riuscì a conquistare il Cremlino.

    Nel 2005 la festa venne rinominata dietro suggerimento del patriarca ortodosso Aleksij II, insieme al Consiglio Interreligioso di Russia. Il titolo di “riconciliazione” suonava infatti poco adeguato: i russi non si sono mai riconciliati veramente con i polacchi, e molti avvenimenti hanno reiterato le liti interne al Paese, come attesta proprio la rivoluzione del 1917 e la conseguente Guerra Civile. È sembrato più opportuno evocare la “unione popolare” realizzata dalla resistenza all’invasore, in nome della Santa Russia e della Chiesa Ortodossa, che predica l’unità (sobornost) come fondamento della fede.

    Il portavoce del Patriarcato di Mosca Vladimir Legojda ha sottolineato che nel centenario della Rivoluzione la festa del 4 novembre assume un particolare significato simbolico: “Proprio le divisioni nella società, la distruzione dell’unità popolare furono la causa della rivoluzione del 1917, della guerra civile fratricida e dei tragici avvenimenti che ne sono seguiti”. Secondo Legojda “scacciare le tentazioni della divisione permette di unificare la società sul fondamento della fede, dell’amore e della giustizia”.

    Il simbolo della vittoria del 1612 è l’icona della Madonna di Kazan’, portata a Mosca dal principe Pozharskij come patrona della resistenza russa all’invasore. Negli anni della bufera rivoluzionaria, la sacra icona scomparve finendo addirittura in Vaticano. Proprio il papa polacco, Giovanni Paolo II, la fece restituire nel 2004, per ispirare l’unità tra i cristiani d’Oriente e d’Occidente, cancellando le ferite e le tragedie della storia.

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