12/04/2011, 00.00
CINA
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La polizia cerca le prove di un complotto antistatale di dissidenti e attivisti

Liu Anjun, detenuto per mesi, racconta che gli agenti cercano legami tra gli attivisti per trovare le prove di un piano sovversivo anticinese. Intanto a Shenzhen la polizia caccia oltre 80mila persone per assicurare la “stabilità sociale”.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Cacciate da Shenzhen oltre 80mila persone per timore di disordini. Intanto sono stati liberati i cristiani arrestati due giorni fa. L’attivista Liu Anjun, liberato dopo quasi due mesi di carcere, racconta gli estenuanti interrogatori fatti dalla polizia, per trovare a tutti i costi prove di un complotto.

Liu, noto attivista per i diritti di chi fa petizioni, è stato portato via dalla polizia il 18 febbraio. Dopo il rilascio, ha raccontato che gli agenti lo hanno recluso in una stanza d’albergo, guardato a vista e interrogato di continuo per giorni, mostrandogli fotografie di dissidenti, avvocati, difensori dei diritti umani e chiedendo chi conosceva, chi aveva sentito e quando, chi aveva incontrato.

“La polizia stava cercando – racconta Liu – di costruire collegamenti tra tutti questi, voleva che dicessi loro qualcosa che potesse sostenere questa tesi”. Gli sono state mostrate le foto di molti dissidenti già arrestati, come il difensore dei diritti Ai Teng Biao e il giornalista Wen Tao.

Esperti commentano che le autorità cercano prove di una “cospirazione” che unisca dissidenti e difensori dei diritti, magari collegata con "poteri" stranieri. La tesi del complotto è stata spesso usata per giustificare arresti e condanne arbitrarie, come quando, alla fine del 2010, Pechino ha parlato di forze estere ostili per spiegare il premio Nobel per la pace assegnato al democratico Liu Xiaobo, in carcere per avere chiesto maggiore democrazia e rispetto dei diritti; o quando persino per le proteste del 1989 furono incolpati agitatori sostenuti da potenze occidentali. Anche per gli anonimi inviti apparsi su internet da metà febbraio a scendere in piazza e protestare come nella Rivoluzione dei gelsomini, Pechino ha parlato di cospirazione sobillata da forze straniere anticinesi. Pechino ha grande paura di internet, usato da oltre 453 milioni di cinesi.

“Mi hanno chiesto anche di Ai Weiwei e mostrato una sua fotografia” dice Liu. “Ho detto loro che non so nulla di lui”. “Penso che ora faranno indagini su chiunque gli sia collegato”.

Intanto amici di Ai Weiwei, l’artista portato via dalla polizia il 3 aprile, dicono che sono pure “scomparsi” il suo autista Zhang Jingsong e la sua commercialista Hu, si ignora se siano stati arrestati. Dopo giorni, le autorità hanno detto che Ai è detenuto per crimini economici, senza peraltro spiegare quali.

Sono stati invece liberati ieri mattina i 170 cristiani della Chiesa protestante Shouwang arrestati il 10 aprile perché volevano tenere in strada la loro assemblea. Rimane detenuto il pastore Li Xiaobai. Il pastore Jin Tianming ha spiegato che molti fedeli sono stati minacciati ed è stato loro intimato di non frequentare questa chiesa domestica, molti sono stati interrogati per ore circa le attività e le conoscenze. Negli ultimi anni le autorità hanno costretto i fedeli a cambiare circa 20 volte il luogo di riunione.

In preparazione delle Universiadi, previste a Shenzhen per agosto, la polizia ha lanciato da gennaio una campagna per la sicurezza e ha fatto andare via oltre 80mila persone ritenute una minaccia per la stabilità sociale.

Shen Sahobao, vicedirettore dell’Ufficio di pubblica sicurezza della città, ha spiegato ieri che è stato schedato come soggetto da controllare “chi vive a Shenzhen senza corretti documenti, valide ragioni e chi ha agito in modo sospetto”. Non si sa se gli 80mila esplulsi potranno tornare e quando. Per le Universiadi, Shen annuncia l’impiego di “oltre 500mila sorveglianti civili e la creazione di almeno 22mila punti di controllo”, con speciale riguardo ai migranti.

Esperti osservano che l’espulsione di 80mila persone senza nessuna accusa viola l’elementare diritto di vivere e lavorare dove si preferisce.  

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