29/01/2007, 00.00
CINA
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Le ditte straniere debbono consentire i sindacati aziendali

La “richiesta” è del sindacato unitario del Guangdong, che dice di volere tutelare i lavoratori. Restie le ditte, che temono che il Sindacato unitario, controllato dal Partito comunista, possa acquistare potere nell’organizzazione aziendale. In Cina sono proibiti i sindacati liberi.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Tutte le compagnie multinazionali del Guangdong debbono avere rappresentanti sindacali aziendali entro il 2007. Lo chiede la Federazione dei sindacati All-China, che osserva che nel Guangdong ci sono oltre 17 milioni di lavoratori migranti (più di un terzo del totale nazionale) e che oltre il 70% dell’economia consiste in ditte private, per cui occorre garantire la tutela dei diritti dei lavoratori, con speciale riguardo ai salari, all’orario e alla sicurezza sul lavoro.

La legge cinese riconosce il diritto di costituire una rappresentanza sindacale per i lavoratori nelle ditte che hanno almeno 25 dipendenti, ma le imprese estere sono accusate di opporsi a una presenza sindacale nelle fabbriche. Secondo sindacalisti del Guangdong, una maggiore presenza sindacale  sarebbe benefica per tutte le parti, potendo assicurare una maggior tutela dei diritti del lavoratore, il quale avrà migliori ragioni di lavorare. Il sindacato prevede oltre 1 milione di nuovi iscritti nel 2007. Ora nella provincia ci sono 137mila sindacati aziendali, con 14,77 milioni di lavoratori iscritti.

In Cina tutti i lavoratori debbono iscriversi alla All-China, riconosciuta dal Partito comunista, mentre sono vietate organizzazioni sindacali indipendenti. Le ditte estere si sono finora opposte ai sindacati aziendali anche dicendo, appunto, che non sono associazioni libere ma controllate dallo Stato.

Anche molti esperti concordano che, tramite i sindacati, il governo pensa di acquistare maggiore influenza sulle ditte estere, ma anche di riprendere la guida e di mantenere un controllo sui lavoratori fra le fiorenti ditte estere e di prevenire proteste di piazza o la nascita di gruppi indipendenti di lavoratori che vogliono autotutelare i loro interessi. E’ un dato di fatto che la richiesta del sindacato arriva dopo che il 31 dicembre la Conferenza politica consultiva del Comitato nazionale del popolo ha detto che c’è un crescente numero di dispute collettive “causate dallo sfruttamento dei lavoratori” da parte delle aziende, specie nel Guangdong e nel Fujian.

Ma è pure vero che le imprese spesso sfruttano i migranti. Lo scorso luglio migliaia di operai della Merton Co., ditta del Guandong meridionale che fa giocattoli di plastica per compagnie Usa come Disney, Mattel e McDonalds, hanno manifestato contro le cattive condizioni di lavoro: 72 dollari al mese (la paga minima locale) per 11 ore di lavoro al giorno, sei giorni la settimana e senza compensi per il lavoro straordinario.

Di recente nel Guandong il sindacato ha ottenuto la creazione di sezioni aziendali nella Wal-Mart, che ha 68 punti vendita con 36mila dipendenti in tutto il Paese. Come pure nella Foxconn Electronics che è la ditta taiwanese che ha fatto maggiori investimenti in Cina.

Ma da Hong Kong Han Dongfang, fondatore del primo sindacato autonomo nell’89 che poi ha passato 3 anni in carcere, dice che per eliminare lo sfruttamento dei lavoratori occorrono sindacati indipendenti. “Negli Stati Uniti nel 1920 – osserva – fu detto che i sindacati potevano favorire il comunismo, ma non è accaduto”. “E’ ironico che ora, in Cina, si dica che i sindacati possano trasformare il Paese in una democrazia”. (PB)

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