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  • » 02/11/2016, 08.20

    IRAQ

    Le truppe irakene sono entrate nella zona est di Mosul



    Liberata la porta di accesso orientale alla città. Nello scontro sarebbero morti diversi jihadisti, nessuna perdita fra i governativi. Nella zona vi sono ancora fra i 3mila e i 5mila combattenti; civili usati come scudi umani. Fonti locali parlano di omicidi di massa e trasferimenti forzati imposti dall’Isis. Tensioni fra Ankara e Baghdad. 

     

    Baghdad (AsiaNews) - L’esercito irakeno e le milizie Peshmerga curde, impegnate nell’offensiva contro lo Stato islamico (SI) a Mosul, hanno spezzato la linea del fronte senza subire alcuna perdita. Il portavoce militare Sabah al-Numan ha affermato alla Bbc che negli scontri sono morti diversi combattenti jihadisti. In queste ore le forze governative hanno potuto rientrare nella periferia della città, metropoli del nord e seconda per importanza del Paese, per la prima volta dal giugno 2014, dopo la caduta nelle mani del sedicente “Califfato”.

    “Abbiamo rotto la linea del fronte nel centro di Mosul - ha affermato al-Numan, del Dipartimento anti-terrorismo (Cts) - e abbiamo liberato un’area molto importante, che costituisce la porta di accesso principale a Mosul per chi proviene da est”. Al termine di una “durissima” battaglia, prosegue, “siamo riusciti a liberarla in modo rapido e senza subire perdite, a fronte di molte vittime ed esecuzioni da parte dello SI”. 

    Giunta al 17mo giorno, l’offensiva lanciata contro lo Stato islamico sembra - almeno finora - rivelarsi un successo sul piano militare. Nell’operazione sono impegnati circa 50mila uomini, fra cui Peshmerga curdi e milizie tribali sunnite. 

    La scorsa settimana le truppe governative hanno cacciato i jihadisti da diverse cittadine e villaggi cristiani della piana di Ninive, fra cui Bartella e Qaraqosh. La comunità cristiana ha celebrato con messe e preghiere di ringraziamento, in attesa di poter fare rientro nelle loro case. 

    Ieri l’offensiva ha interessato il distretto orientale di Mosul, dove i governativi hanno riassunto il controllo degli edifici che ospitavano un tempo la tv di Stato a Kukjali. In un secondo momento i militari hanno spezzato il fronte nel distretto periferico di Karama. 

    Testimoni indipendenti al seguito dell’esercito irakeno parlano di “fiera” resistenza opposta dai jihadisti di fronte all’avanzata dei governativi, sostenuti dai raid aerei della coalizione a guida statunitense operativa in Iraq. 

    A dispetto della rapida avanzata, tanto i soldati sul campo quanti i vertici militari continuano a mantenere un atteggiamento di prudenza. L’opinione comune è che serviranno mesi per portare a termine la missione. Tuttavia, la liberazione di Mosul resta l’obiettivo primario di questa guerra. 

    Nei giorni scorsi il premier irakeno Haider al-Abadi aveva affermato che vi sarebbero ancora fra i 3 e i 5mila jihadisti dello SI a Mosul; il capo del governo si è rivolto a loro affermando che “non avete vie di fuga” e la scelta è “fra arrendersi o morire”. Almeno mille di questi jihadisti sarebbero stranieri, in maggioranza provenienti da Uzbekistan, Turchia e altre nazioni. 

    A fronte dell’escalation dei combattimenti, i vertici delle Nazioni Unite rinnovano l’allarme per la salvezza degli oltre 1,5 milioni di civili rimasti a Mosul; i miliziani dello SI li utilizzerebbero come “scudi umani” per fermare l’avanzata dei governativi. A questo si aggiungerebbero gli omicidi di massa e i trasferimenti forzati perpetrati dai jihadisti contro i civili. Secondo il bilancio aggiornato nel solo mese di ottobre a Mosul sarebbero morte 1792 persone, di cui 1120 civili.
    Intanto si rinnova la guerra verbale fra il premier irakeno al-Abadi e la Turchia sul ruolo dell’esercito di Ankara nell’offensiva contro lo SI a Mosul, già oggetto di recente di una serie di pesanti dichiarazioni incrociate. Ieri il capo del governo di Baghdad ha lanciato un nuovo monito alla Turchia, dopo che questa ha stanziato carri armati e mezzi pesanti nei pressi del confine. Il presidente turco Recep Tayyp Erdogan insiste nel rivendicare un ruolo di primo piano di Ankara nell’offensiva contro lo Stato islamico a Mosul; una posizione respinta con forza da Baghdad, che rinnova la richiesta di ritirare le truppe dal proprio territorio. “Non vogliamo una guerra con la Turchia - ha affermato al-Abadi - ma se si innescano scontri, siamo pronti ad affrontarli. Li considereremo dei nemici e li tratteremo [i turchi] da nemici”.

    Ad innescare le tensioni fra Ankara e Baghdad le parole del presidente turco Erdogan, secondo cui Mosul deve essere solo per “arabi e curdi sunniti, insieme ai turcomanni”. A questo si aggiunge il progetto di spartizione fra curdi e turchi delle zone a est e ovest di Mosul. 

    Contro i progetti di spartizione di Mosul e della piana di Ninive, che prevedono anche l’eliminazione della presenza cristiana, si è espresso con decisione e a più riprese il patriarca caldeo mar Louis Raphael Sako, il quale ha affermato che le terre della regione “sono cristiane”.

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