26/06/2011, 00.00
CINA

Libero Hu Jia dopo oltre tre anni di prigione

La moglie Zeng Jinyan teme che alla liberazione seguano gli arresti domiciliari e l’obbligo del silenzio coi media. La sua liberazione avviene mentre Wen Jiabao è in Europa. Nel 2008 Hu Jia era stato insignito del Premio Sakarov.
Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Hu Jia, uno dei più noti attivisti per i diritti umani, è stato liberato oggi dopo aver passato tre anni e mezzo in prigione.

Hu era stato condannato nel 2008 per “aver incitato alla sovversione contro lo Stato”. Fra le sue “colpe” vi sono l’aver dato interviste a media stranieri; aver tenuto i collegamenti con attivisti e dissidenti; aver difeso il rispetto dei diritti umani e della libertà religiosa.

Hu Jia, 37 anni, si è riunito alla moglie Zeng Jinyan e ai suoi genitori. In questi anni Zeng ha molto sostenuto suo marito e ha spesso chiesto la sua liberazione, a causa della sua fragile salute. In una breve intervista stamane, ha spiegato che forse suo marito non potrà parlare con i giornalisti per un lungo periodo. “Dare interviste in questo momento – ha detto – potrebbe causare problemi”.

È probabile che per Hu Jia, alla liberazione dalla prigione segua una specie di arresti domiciliari, senza poter comunicare con nessuno. La sua sorte sarebbe simile a quella di Ai Weiwei e di Chen Guangcheng, due altre grandi personalità della dissidenza, liberate dalla prigione, ma costrette al silenzio e al domicilio coatto. Chen è stato anche picchiato dalle guardie che lo controllano 24 ore su 24.

La liberazione di Hu Jia avviene mentre il premier Wen Jiabao si appresta a visitare tre Paesi europei: l’Ungheria, la Gran Bretagna e la Germania. Nel dicembre del 2008 l’Unione europea lo aveva insignito del Premio Sakarov per i diritti umani.
Hu Jia, convertito al buddismo verso i 20 anni, è stato un ambientalista, elogiato anche dai media ufficiali. Ma poi, intorno al 2000 ha cominciato a chiedere indennizzi per i malati di Aids infettati da trasfusioni ad opera di personale medico statale e a difendere attivisti per i diritti umani, fino ad essere il punto di contatto di molta dissidenza.
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