24/07/2018, 10.56
GIAPPONE
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Maternità, solitudine e guerra: un anime affronta le ombre del Giappone

La scrittrice Mari Okada, per anni chiusa in casa e bullizzata dai compagni di scuola, debutta alla regia con “Maquia: quando i fiori attesi sbocciano”. Un’opera che attraversa il dramma della moderna società nipponica, invecchiata e sempre più militaresca. Ma con una speranza: tornare a dare la vita.

Tokyo (AsiaNews) – Invecchiata, auto-referenziale, sempre più militaresca. È il ritratto della società giapponese contemporanea presentato dalla scrittrice Mari Okada, per anni vittima di bullismo e violenza persino da parte della sua stessa madre, nella sua prima opera da regista: l’anime “Maquia: quando i fiori attesi sbocciano”. Accolto con enorme successo all’Anime Expo di Los Angeles, la più grande convention dedicata a questa forma cinematografica, l’anime della Okada indica però una speranza per il futuro del Giappone: il ritorno alla maternità.

La scrittrice è stata intervistata dal Japan Times. Degli anni passati da hikikomori [termine nipponico che indica gli adolescenti che si chiudono in casa in una sorta di alienazione tecnologica ndr] dice: “Sento ancora la solitudine di quel periodo. Ora posso sedermi qui e parlare con voi, magari avrò successo o forse no. Ma sento ancora la solitudine. L’unica differenza è che la posso esprimere con le mie opere. Non va sprecata”.

La scelta di celebrare la maternità appare ancora più coraggiosa se si tiene conto del rapporto dell’autrice con la madre: “Una volta ha cercato di uccidermi con un coltello. Ha sempre disapprovato tutto quello che facevo. Mi diceva ‘Okada, come essere umano non vali nulla’. Era divorziata”.

“Non arrivo a dire che la scrittura mi ha salvata – spiega ancora – perché tutti noi possiamo scrivere. In realtà mi sento salvata dai miei lettori e da coloro che si confrontano con le mie opere. Sento in qualche modo di condividere un dolore comune, quello relativo alle difficoltà della vita. Penso spesso ai giovani studenti di oggi, che si sentono soli o timidi. Voglio che si sentano più leggeri, voglio che sappiano che non sono soli”.

La protagonista del suo anime, Maquia, appartiene a una pacifica tribù che vive in un’isola remota: immortali, i membri di questo gruppo passano la vita a cucire magnifici abiti tradizionali. Ma quando vengono invasi da un esercito di uomini armati di fucili e dragoni, Maquia – orfana – trova un neonato orfano di guerra e lo adotta. Attraverso il suo rapporto con questo bambino, cambierà tutta la sua vita.

Non è difficile, scrive il Japan Times in un commento all’intervista, “vedere in questa storia le ansie del Giappone contemporaneo. Una popolazione che invecchia sempre più rapidamente, con sempre meno matrimoni e pochissime nascite. E sullo sfondo l’eco rombante di un crescente sentimento militarista”.

Una scena, conclude l’editoriale, spiega bene i sentimenti che animano questa opera: “In un taglio incrociato, si vedono da una parte uomini impegnati a uccidersi fra di loro e dall’altra una donna alle prese con i dolori del travaglio, che viene confortata da un’amica. È abbastanza evidente, nel modo in cui vengono presentate, quale delle due scene sia più eroica”.

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